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Qualiano. «L'edicola che chiude come metafora dei nostri tempi sciagurati»
L'intervento di Peppe Panella sulla chiusura della 'storica' rivendita di giornali di Piazza Kennedy
di Peppe Panella
Qualiano. L'edicola di piazza Kennedy

QUALIANO. Quando cessa una attività commerciale è sempre una cosa triste, ma quando l’attività che chiude i battenti è un edicola, la cosa assume un aspetto diverso. La chiusura di una esercizio commerciale così particolare, ultimo fra gli avamposti culturali, è sempre una sconfitta per lo spirito di una città, poiché gli “esercizi storici sono parte integrante della memoria di una comunità e tendono a preservare e radicare un collettivo senso di appartenenza”. Quindi non è più un fatto puramente commerciale o di marketing. Esso assume anche contorni sociali e quindi politici. Avete capito bene : politici. Sì, parlo proprio dell’edicola di Angelina in piazza Kennedy. Per molti anni il marciapiede antistante, è stato terreno sul quale si sono confrontate le diverse anime della società civile qualianese. Il religioso momento dell’acquisto mattutino del giornale, diventava un momento (bellissimo) di accese discussione e aspri commenti sulla vita sociale e soprattutto politica. Si incrociavano tutti in quei 2 metri quadrati : consiglieri, assessori, aspiranti tali, trombati eccellenti, commentatori, giornalisti e giornalai. Tra gli anni 80 e l’alba del nuovo millennio, l’edicola trasformò la multietnica e pittoresca piazza Kennedy in una vera e propria polis, capace di generare nuove idee ed energie da mettere al servizio della città. Quando poi accanto alle testate nazionali il panzatuosto trovava anche quelle locali, beh allora era “libidine” allo stato puro.

La vecchia edicola di Angelina assunse centralità fin dagli anni 80, quando c’era la Qualiano da bere di guidata da Stefano Morgera e a Ciccio Nocera bastavano appena 3 netturbini per tenere la città pulita e linda. Fu proprio in quel periodo che molti giovani iniziavano ad avvicinarsi alla politica. La voglia di contare e raccontare fu un virus che contagiò molti ragazzi, che li spinse a scrivere fiumi di parole sulle testate locali. Portare in quella edicola il giornale su cui si scriveva, era un motivo di grande orgoglio per molti di essi. La distribuzione poi, era organizzata in maniera quasi scientifica. Dopo la prima consegna si passava dopo qualche ora per verificare la “tiratura”: di solito le copie consegnate nell’edicola di Angelina in piazza Kennedy erano il vero termometro di gradimento del giornale. L’equazione era semplice, anzi quasi banale e molto efficace : più velocemente finivano le copie in quella edicola, più il giornale era stato “gradito” dai qualianesi. Il mensile si portava anche in altre rivendite ed esercizi commerciali, ma la vera misura del successo avveniva solo lì. Gli articoli venivano passati ai raggi x, vagliati e contestati, a volte mai digeriti. Le polemiche su una singola frase scritta potevano trascinarsi per mesi.

Se la rivendita di Angelina è stata, per molto tempo, il termometro culturale di una intera comunità, ora che l’edicola ha chiuso i battenti, esiste qualcosa che abbia la capacità di misurare la partecipazione della gente alla vita della propria città? Esiste uno strumento, oggi, che riesca a valutare il livello culturale del favoloso regno dei panzatuosti? Se il comune denominatore di quegli anni è stata la voglia di partecipare alla vita politica e sociale con 4 testate cittadine che ogni domenica, a rotazione, informavano i cittadini e si alternavano in edicola, ora cosa è successo? “Ci sono i nuovi media e un nuovo modo di fare informazione” obietterà qualcuno. Indubbiamente c’è un passaggio generazionale. Tutto vero, ma non è la stessa cosa. Il giornale era (ed è) sacrificio, ricerca di notizie, scrittura, impaginazione, tipografia, distribuzione. C’era (e c’è) più fatica fisica. Il sacrificio era (ed è) maggiore rispetto ai moderni mezzi di informazione. Attraverso il duro lavoro di “fare il giornale” c’era la voglia di misurarsi, di esserci, di contare. Per la prima volta in edicola i qualianesi potevano leggere le (tante) nefandezze e le (poche) virtù di un intera classe politica locale. Perché improvvisamente decine di ragazzi decidevano insieme di partecipare alla vita della propria città?

Parallelamente, non è da sottovalutare un altro (inquietante) segnale. E’ un caso che nella nostra città per ogni esercizio commerciale tradizionale che chiude i battenti si aprono numerose sale di scommesse sportive? No, non è un caso. Gli indicatori sociali ci dicono che il dipendente da gioco è spesso appartenente alle fasce più indigenti della popolazione, soprattutto a coloro che, colpiti dalle problematiche economiche e di lavoro, sperano attraverso il gioco di poter far fronte ai propri problemi. Più ci sono poveri, maggiore sono le probabilità di successo della sale scommesse. Per la legge della domanda e dell’offerta le sale giochi aprono perché la gente va a giocarci, e paradossalmente, le edicole chiudono perché la gente legge sempre meno o non legge affatto. Se esiste una equazione matematica che riesce a dimostrare questo corollario, questo significa che Qualiano è ormai una città asfittica, povera, in piena decadenza non solo commerciale, ma soprattutto culturale. Una città che cambia, ma non si sviluppa, anzi declina. E l’edicola che chiude sembra essere la metafora perfetta di questi tempi sciagurati.

10/02/2015
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