SABATO , 24 giugno 2017
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POLITICA NAZIONALE
''Virginia Raggi ha mentito'', nei guai il sindaco di Roma. Trema il Movimento 5 Stelle
di REDAZIONE

INTERNAPOLI. Le circostanze di fatto che hanno convinto la Procura di Roma a iscrivere la sindaca di Roma al registro degli indagati consegnano Virginia Raggi a una verità che prescinde dalla valutazione giuridica che l'indagine prima e un eventuale processo poi daranno di questa vicenda. E che, all'osso, suona così. Virginia Raggi ha mentito. Almeno tre volte. All'Autorità Anticorruzione, prima. Al suo Movimento, poi. All'opinione pubblica. E lo ha fatto nella piena consapevolezza della menzogna che era convinta di poter dissimulare. A tratti persino con arroganza. Almeno fino a quando Raffaele Marra, il suo Rasputin, non è finito a Regina Coeli accusato di corruzione e le memorie dei suoi telefoni cellulari e del suo Pc sono state aperte nei laboratori del Nucleo investigativo dei Carabinieri. La storia è nota. Nell'ottobre dello scorso anno, Renato Marra, fratello del più noto Raffaele, viene trasferito dalla Polizia Municipale e nominato capo del Dipartimento del Turismo del Campidoglio all'esito di una procedura che vede la rotazione di 40 dirigenti comunali e che di legittimo non ha nulla. Né la forma, né la sostanza. Non la forma, perché prevede che la selezione dei dirigenti non avvenga attraverso le forme consuete del cosiddetto "interpello" (la richiesta di manifestazione di interesse con cui i singoli dirigenti concorrono all'assegnazione degli incarichi oggetto della rotazione) e dunque con la valutazione comparata dei curriculum, ma a semplice e assoluta discrezione della sindaca. Non la sostanza, perché Raffaele Marra, fratello di Renato, in qualità di Capo del Dipartimento del Personale - ufficio deputato a istruire la procedura di rotazione - è in pieno conflitto di interessi e dunque, secondo quanto previsto dallo stesso regolamento del Campidoglio, è tenuto ad astenersi. Ma la Raggi tira dritto. Subisce la nomina di Renato Marra, come se non fosse lei la sindaca, ma lo fosse il fratello Raffaele. Perché questo raccontano almeno due chat estratte dal cellulare di Raffaele che danno conto di altrettante conversazioni. Nella prima (ne abbiamo dato conto ieri), la Raggi si lamenta con Raffaele di essere stata messa di fronte al fatto compiuto, di non sapere nulla neppure dell'aumento di stipendio connesso alla nomina di Renato (ventimila euro in più all'anno). Nella seconda, Raffaele invita Renato, nell'autunno del 2016, a correre per un posto che, evidentemente, ha già battezzato come suo. "C'è una posizione. Perché non fai domanda?". La Raggi va dunque a rimorchio. Ci mette la faccia e la firma, anche se la nomina è faccenda che i due fratelli Marra, in pieno conflitto di interesse, si sbrigano in casa propria. Per la Procura è appunto un abuso. Ma quel che conta è che l'abuso è coperto dal falso. Dalla menzogna. La Raggi mette infatti a verbale dell'Autorità anticorruzione del Comune (che trasmetterà l'atto all'Anac di Cantone) di aver deciso tutto da sola. Di non aver coinvolto neppure per sbaglio Raffaele Marra nella faccenda che riguarda il fratello. E quella menzogna viene ripetuta non solo a chi, nel M5Stelle, le chiede conto delle polemiche che scoppiano in autunno, ma anche alla stampa e all'opinione pubblica. A quei famosi cittadini romani che, retoricamente, non cessa ogni giorno di ripetere essere gli unici a cui deve dare conto. L'inganno è documentato. E ripropone la domanda che insegue la Raggi dalle settimane immediatamente successive il suo insediamento. Quando, dietro le mosse opache dell'affaire Muraro prima e Marra poi, si è cominciato a intuire il profilo nitido di un grumo di interessi, di immarcescibili reti di relazioni proprie di quella destra romana lesta al trasformismo e a salire sul carro del vincitore. E che torna ad essere il cuore anche di questa vicenda giudiziaria. Se è infatti chiaro come si sia consumato l'abuso resta un'incognita, il perché. La Raggi, persino nei giorni dell'arresto di Raffaele, quando venne costretta a uno sbrigativo e solitario autodafé (che ammetteva obtorto collo un peccato di fiducia, ma refrattario a ogni domanda), non ha infatti mai spiegato per quale diavolo di ragione abbia impiccato se stessa e la sua Giunta a un figuro come Marra. Cosa le portasse o le avesse portato in dote quel dirigente figlio della stagione di Alemanno che scambiava con un costruttore come Scarpellini benevolenza in cambio affari immobiliari. Perché a Marra non abbia mai potuto dire dei "no". È verosimile scommettere che, non avendolo fatto sin qui, neppure stavolta la sindaca risponderà a quella domanda. Almeno pubblicamente. Ma è altrettanto verosimile che sarà questo uno dei nodi dell'interrogatorio in Procura che affronterà il 30 gennaio. Al procuratore aggiunto Paolo Ielo non potrà raccontare né la storiella di lei, neosindaca Alice nel Paese delle meraviglie, né di avere scarsa dimestichezza con il diritto amministrativo (in fondo, la Raggi è un'avvocatessa cresciuta alla scuola Previti-Sammarco). Non fosse altro perché in questa inchiesta non è la sola protagonista in commedia. Raffaele Marra, che dell'abuso risponde con lei, è in carcere. È stato scaricato e gli resta una sola cartuccia. Decidere se raccontare o meno la vera sostanza del suo rapporto con la Sindaca che non sapeva dirgli di no.

Fonte: Repubblica

25/01/2017
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