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IL RETROSCENA
Vendetta armata per il tradimento della donna del boss, ecco come si rischiò la guerra con il clan di Miano
di Stefano Di Bitonto

NAPOLI. Parlavano male della donna del boss, avevano messo in giro la voce che la donna aveva un amante. E allora bisognava lavare quella offesa: peccato che l'azione armata che avrebbe dovuto punire Amalia Sepe sia finita con il ferimento di una donna che aveva in braccio un minore. Questo è l'incipit che ha portato all'arresto di tre persone: Mario Russo, Emilio Russo e Terenzio Natale Lettucci. Le maldicenze messe in circolo da una donna sulla presunta relazione che la compagna del capo del clan Ciccarelli di Caivano, Mario Russo, intrattiene con “un altro” scatenano la reazione violenta del capoclan. L'uomo offeso dalle maldicenze ordina di uccidere l’unico maschio della famiglia della donna “pettegola”, Giuseppe Telese. Tuttavia l’agguato nei confronti di Telese, perpetrato da un affiliato, Nunzio Montesano, nel rione Don Guanella e senza l’autorizzazione del boss della zona, fallisce e porta “solo” a due ferimenti, poiché si intromette la madre dell’obiettivo con un bambino in braccio, Amalia Sepe.

Per ricomporre la frattura con il clan di Miano si decide l’eliminazione di uno degli uomini che avevano materialmente eseguito l’agguato ma anche il secondo progetto di omicidio fallisce e l’autore dei tentati omicidi del Don Guanella decide di collaborare con la giustizia. È quanto emerge da una indagine dei Carabinieri del nucleo Investigativo di Castello di Cisterna che questa mattina hanno dato esecuzione tra le province di Napoli e Caserta a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP di Napoli a carico di tre persone contigue al clan dei “Ciccarelli”.

20/04/2017
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