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IL RETROSCENA DI CAMORRA
Il boss Riccio temeva agguati dai 'melitesi': ecco il travestimento usato per sfuggire ai killer degli Amato-Pagano. LA FOTO
di Stefano Di Bitonto

MELITO. Una situazione esplosiva tanto da spingere Mariano Riccio a prendere 'precauzioni': un travestimento per ingannare gli avversari e tenersi al riparo da imboscate. E' questa la situazione emersa nel gruppo nato dalla scissione al clan Di Lauro: alla fine del 2012 Mariano Riccio (che all'epoca aveva ereditato le redini del comando scissionista) era in forte difficoltà. All'interno del gruppo erano in corso dinamiche che, alla fine, avrebbero poi portato alla deflagrazione completa della galassia scissionista: Riccio, secondo la ricostruzione fornita dagli inquirenti, è prima diventato capo della cosca egemone a Melito e Mugnano a seguito degli arresti del suocero Cesare Pagano e dei nipoti di Raffaele Amato, e poi ha affrontato la faida del 2012, al termine della quale si era trovato a dover cedere agli alleati della Vanella Grassi il controllo dei quartieri Scampia e Secondigliano di Napoli. Una situazione che aveva provocato, all'interno del sodalizio camorristico, un forte malcontento. Un malumore che ha portato ad uno scontro tra la fazione dei 'maranesi' legati a Riccio (tra cui Andrea Castello e Antonio Ruggiero poi uccisi) e il sottogruppo melitese guidato da Francesco Paolo Russo e Renato Napoleone. Una cosa è certa: Riccio temeva possibili agguati da parte della fazione melitese e per questo si era premunito con un travestimento. Un'improbabile parrucca bionda per depistare gli avversari: la foto fu rinvenuta nello stabile dopo il ras fu poi arrestato, era stata applicata su una carta d'identità contraffatta. Un segnale evidente del clima di tensione dell'epoca poi confermato dagli omicidi dei fedelissimi dello stesso Riccio.



11/07/2017
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