MARTEDÌ , 17 ottobre 2017
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LA FAIDA TRA SCISSIONISTI
«L'avvocato ha portato la 'mbasciata'». Pentito svela da chi è partito l'ordine per uccidere il 'maranese'
di REDAZIONE

MELITO. Omicidi, lupare bianche, agguati sventati dalle urla delle donne dal balcone, finanche un avvocato che viene accusato da un pentito di aver trasmesso ordini di morte dal carcere. È lo scenario che emerge dalle indagini sulla cosiddetta faida interna agli Amato-Pagano. Una guerra consumata tra gli uomini di Mariano Riccio, genero del boss Amato, che si era posto a capo dei cosiddetti «maranesi» e i killer dell'ala melitese, rimasti fedeli alla famiglia Amato anche se in rotta di collisione con la strategia di Mariano Riccio.
Melito come terreno di scontro, come zona di conquista dove gestire le piazze di spaccio e mantenere il controllo della lista dei nomi di commercianti e imprenditori da taglieggiare. Ma andiamo con ordine, a partire dal blitz messo a segno dagli uomini della Mobile del primo dirigente Luigi Rinella e del capo della Omicidi Mario Grassia: finiscono in cella Dario Amirante (classe 1989), Emanuele De Stefano, classe 1989, Angelo Antonio Gambino, del 1993, Francesco Paolo Russo (del 1990), Francesco Tubelli (classe 1967), Renato Napoleone, classe 1983 (nella foto): sono accusati, a vario titolo, di aver ordito o eseguito materialmente gli omicidi di Andrea Castiello e Antonio Ruggiero e di aver tentato di uccidere Castrese Ruggiero.
Inchiesta della Dda dell'aggiunto Filippo Beatrice, agli atti ci sono intercettazioni che captano dal vivo lo sgomento di alcune donne (per altro ritenute legate proprio al contesto familiare di Riccio) nell'assistere alle esecuzioni avvenute in pieno giorno. È il 19 marzo, quando Maria Pagano, figlia del boss Cesare Pagano, a raccontare quanto assistito dalla propria abitazione pochi giorni prima, quando venne consumato il delitto di Antonio Ruggiero: «Li vidi con la pistola in mano - spiega la donna - vidi o gemello con la pistola, hanno fatto una cosa davanti a tutti quanti... davanti a tutto il rione».
Ed è da queste parole che ha inizio la caccia al commando di morte, in uno scenario che via via verrà ricostruito dai pm del pool anticamorra. Un quadretto familiare nel corso del quale prende la parola Alfonso Riccio, che pone l'accento su Russo e Napoleone, che «avrebbero tradito il fratello Mariano Riccio, nonostante il consistente regalo di denaro (intorno ai sessantamila euro) che quest'ultimo aveva portato all'ala melitese degli Amato-Pagano». Ma agli atti finiscono anche le dichiarazioni dei pentiti, tra cui spiccano le parole di Antonio Accurso, fratello di Umberto, oggi detenuto ma ritenuto per anni capo della cosiddetta Vannella grassi - scrive Il Mattino - È la storia del patto della cocaina, siglato nel cuore della Secondigliano Vecchia grazie a fiumi di champagne, per unire tutte le anime del gruppo scissionista che aveva fatto la guerra ai Di Lauro.
Un patto e un brindisi rotto con l'arresto di Mariano Riccio. Ed è ancora il pentito Accurso a svelare in che modo venivano trasmessi gli ordini di uccidere dalla cella alle retrovie della camorra. È la fase successiva agli agguati, quando Rosaria Pagano (che non è indagata per questi delitti) avrebbe preso in mano la situazione, nel tentativo di ricucire lo strappo e di capire di chi fosse la responsabilità degli omicidi. Spiega Umberto Accurso: «Fummo convocati dalla Pagano e il Russo, in mia presenza, mi disse che l'ordine di uccidere era arrivato dal carcere da parte di Carmine Pagano (detto Angioletto) e Raffaele Amato il grande». Chi fu a trasmettere gli ordini? A leggere l'ordine di arresto del gip Laura De Stefano, spunta il nome di un avvocato della galassia scissionista, in uno scenario in cui è lo stesso pentito ad ammettere però che «zia Rosaria non credette a questa versione».



11/07/2017
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