MARTEDÌ , 21 novembre 2017
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L'INCHIESTA
Viaggio in un centro d'accoglienza di Mugnano, intervista all'associazione Cidis: «Immigrati seguiti passo passo»
di Antonio Sabbatino
centro accoglienza cidis mugnano

MUGNANO. Lavorare in un Centro d’Accoglienza Straordinario presuppone sacrificio e rapporto continuo con i migranti ospitati, tentando al contempo di superare la perenne diffidenza altrui. E, quando accade che viene chiusa per violazioni urbanistiche una struttura come quella di via Ritiro (appartenuta a chi già lavora in alcuni Cas) anch’essa destinata ad ospitare decine di richiedenti asilo o si assistono ad immagini in cui le strutture d’accoglienza hanno sanitari rotti o sporcizia ovunque, diviene più difficile far comprendere all’opinione pubblica cosa voglia dire davvero fare accoglienza e far integrare chi scappa da guerra e fame. Anche sul territorio mugnanese, c’è chi lo fa tentando sempre con disciplina.


Uno degli esempi è Casa Sabali, nome della struttura situata in via Trieste e gestita dalla onlus Cidis, dove attualmente sono ospitate 21 persone, principalmente giovani ragazze più una famiglia con un bellissimo bambino di 6 mesi, provenienti da Nigeria, Costa D’Avorio, Somalia, Sierra Leone e Gambia. Doverosa premessa per mantenere il ruolo di superpartes e fugare ogni dubbio: la Cidis è la stessa onlus nella quale ha operato in passato anche l’attuale sindaco Luigi Sarnataro, finito nell’occhio del ciclone dagli avversari politici per presunti favoritismi alla cooperativa. «Ma noi abbiamo vinto un regolare bando, indetto dalla Prefettura di Napoli e non dal Comune visto che i Cas fanno riferimento solo alla Prefetture. Il sindaco non ci ha affatto favorito in nessun modo», sottolinea Maria Esposito, referente territoriale di Cidis con la quale parliamo.

La polemica sull’accoglienza dei migranti è da mesi latente in città. In tanti non vedono di buon occhio l’arrivo dei richiedenti asilo perché, è il tormentone del momento, «bisogna pensare prima agli italiani». «Ed io posso capire – afferma la Esposito – che ci possa essere un iniziale timore da parte della popolazione locale, anche noi quando siamo arrivati un anno fa l’abbiamo constatato con i condomini del palazzo dove siamo. Poi, progressivamente, le cose sono migliorate perché siamo riusciti a far comprendere che qui gli immigrati vengono seguiti passo passo, c’è una struttura ben organizzata e chi viene accolto non viene lasciato solo».

Ma, visto che proliferano storie di centri d’accoglienza mal gestiti o dove l’unica cosa che conta è il lucro, qual è la ricetta più o meno giusta? Per Maria Esposito è questa: «Ogni Cas deve avere un numero contenuto dei migranti da ospitare. Noi qui in via Trieste, visto che ne abbiamo 21, riusciamo a seguirli tutti abituandoli ad essere autonomi perché siamo 4 operatori, a turno sempre presenti nella struttura. Fanno i controlli medici, hanno la tessera sanitaria e la carta d’identità; hanno tutti il permesso di soggiorno provvisorio, fanno la spesa, si comprano i vestiti, si prendono cura della casa e delle stanze, cucinano, s’aiutano fra loro. Quando escono, sanno che c’è un orario oltre il quale non possono stare fuori, anche per la loro sicurezza. Ricordiamoci che in molti hanno affrontato un viaggio dall’Africa durissimo e spesso sono stati oggetto di maltrattamenti e non solo. Una donna che si trova da noi lavora come badante da un’anziana signora cinese residente a Napoli, altri seguono corsi di formazione. Al contrario – aggiunge la Esposito - se in un Centro d’Accoglienza Straordinaria ci sono tante persone, è più difficile prendersene cura».

Infatti, in talune occasioni si è scoperto che i gestori dei Cas propendevano per l’arrivo di un numero alto di migranti principalmente per lucrare, garantendo loro poco, fare business e non favorendo affatto l’integrazione. «Noi invece gestiamo un piccolo gruppo al quale viene data la possibilità di studiare l’italiano grazie agli insegnamenti di una docente È l’unico modo per garantire l’integrazione e favorire il dialogo». Proprio mentre visitiamo Casa Sabali, è in corso una lezione sulla coniugazione dei verbi e la costruzione di una frase. Le donne che assistono alla lezione si impegnano, tentano di superare le difficoltà con una lingua nuova, prendono appunti sui loro quaderni. È anche un giorno di festa perché è il compleanno di una delle ragazze, che compie 23 anni. «Dopo festeggiamo con tutti» dice con un gran sorriso. La donna che lavora come badante, che ha subito un piccolo intervento e che fa un po’ da chioccia alle amiche più giovani, invece ci dice: «Sono qui da 9 mesi e mi piace studiare l’italiano. Mi trovo bene a lavorare come badante. Non vedo l’ora di riprendere».

Come più volte ricordato, anche a Mugnano dovrà nascere uno Sprar, il Servizio Centrale del Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo, dove l’interlocutore a livello istituzionale è anzitutto il Ministero dell’Interno, che devono rispettare le cosiddette clausole di salvaguardia, ovvero un numero massimo di richiedenti asilo da ospitare in rapporto alla popolazione locale. Qui, sarà di 112 e il bando è in atto. Entro fine anno, lo Sprar sarà assegnato al soggetto gestore. «Ma più di una diffidenza da parte di qualche inquilino nel palazzo di via Trieste rimane. «Io – ci dice un uomo appena uscito dal palazzo – stavo pensando di vendere la casa. Non sono razzista però secondo me qui la convivenza non funziona. Qualcuno urla anche di notte. Questa per noi non è integrazione e anche gli altri del condominio sono d’accordo». «Certo – ribatte la Esposito – non è tutto rose e fiori. Anche noi spesso abbiamo dovuto dire ai migranti qui ospitati che non possono urlare di notte quando parlano al telefono o fare schiamazzi per non disturbare la quiete pubblica. La nostra è un’opera continuativa, gli ostacoli non mancano ma vorremmo dire a chi giudica troppo in fretta di capire cosa vuol dire fare accoglienza rispettando le regole».

13/07/2017
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