NAPOLI. La vita di due Comuni, Qualiano e Pompei, e di una Asl, la Napoli 5, al vaglio della commissione d’accesso; un’altra amministrazione, quella di Portici, che rischia lo scioglimento se non risponderà positivamente all’aut-aut del prefetto sul recupero dei fondi spesi per l’acquisto di un’ex area industriale, la Kerasav. All’indomani dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche di Brusciano e Boscoreale (e sono ora nove gli enti sciolti negli ultimi quattro mesi), non si ferma la valanga che sta investendo i Comuni napoletani. Tutto questo mentre infuria la polemica politica. Domenica all’assemblea della Margherita in difesa dei sindaci, l’onorevole De Mita aveva attaccato la prefettura. Non è escluso che il prefetto Profili – ha novanta giorni per farlo – decida di quererarlo. Anzi, voci insistenti danno per certa questa intenzione. Il prefetto non conferma, ma nemmeno smentisce. E ancora: ieri ventiquattro primi cittadini riuniti a Pompei per discutere di legalità hanno chiesto l’approvazione, prima dello scioglimento delle Camere, della proposta di legge Mancino-Villone-Formisano per rendere più rigorosa la normativa per lo scioglimento dei Comuni, un incontro con il ministro Pisanu e uno con l’Anci regionale. Sottolinea il sindaco di Pompei, Claudio D’Alessio: «Questo non è un problema del centrodestra o del centrosinistra, ma di tutti. Siamo sottoposti a una legge che potrebbe causare danni irreparabili». E domani a Caserta si terrà la consulta degli amministratori locali campani dei Ds. Si discuterà delle proposte sulla trasparenza lanciate ieri dal segretario regionale Gianfranco Nappi: impegno a non candidare amministratori coinvolti negli scioglimenti dei consigli comunali o in vicende giudiziarie legate alla camorra, nuove norme per gli appalti, garanzia di terzietà assoluta per le prefetture in caso di scioglimento dei consigli comunali; criteri diversi per le nomine nel settore sanità; anagrafe patrimoniale degli eletti e dei nominati, più rigore nelle spese elettorali e nei bilanci dei partiti; istituzione delle primarie come strumento per scegliere i nuovi candidati della coalizione a sindaci, presidenti di Provincia e Regione. E l’onorevole diessino Lorenzo Diana sostiene: «Contro la camorra contano i segnali che si danno partendo dalla selezione della classe dirigente e delle rappresentanze che non possono considerare fisiologico convivere con l’illegalità e la camorra». Ma torniamo al caso Portici. Martedì sul tavolo del sindaco è arrivata una lettera del prefetto in cui si intima all’amministrazione di rompere il contratto d’acquisto della Kerasav, la fabbrica dismessa comprata sei anni fa dall’amministrazione comunale e rimasta finora inutilizzata. Fu proprio quella una delle vicende a portare allo scioglimento del consiglio di Portici guidato allora dal sindaco Spedaliere: uno dei soci dell’impresa venditrice sarebbe stato vicino alla criminalità organizzata. Il Consiglio di Stato annullò poi lo scioglimento, ma a luglio scorso ha cancellato la precedente decisione accogliendo il ricorso presentato dall’avvocatura generale dello Stato. Intanto, la commissione prefettizia aveva disposto la revoca del contratto di vendita, ma la procedura era rimasta ferma. Il nuovo sindaco, Vincenzo Cuomo, aveva deciso di vendere l’immobile. Ora, dopo la nuova sentenza, il prefetto ha intimato di riprendere l’iter avviato dai commissari, pena lo scioglimento del consiglio. «Già ieri sera – spiega Cuomo – appena ricevuta la nota della prefettura ho chiesto al presidente del consiglio comunale di convocare l’assemblea urgentemente per esaminare lo schema di delibera che ho già preparato in modo da disporre la recova dell’atto di acquisto. Io volevo vendere lo stabile a imprenditori interessati a impiantare attività leggere e a grande impatto occupazionale con l’obbligo di assumere gli Lsu. Ma eseguirò gli ordini ricevuti».
DANIELA DE CRESCENZO
Abbamonte: «Servono prove concrete troppe decisioni solo sulla base di indizi»
di SALVO SAPIO
«La legge va riformata non nel senso di dare più poteri ai commissari, ma stabilendo criteri più rigorosi per gli scioglimenti». Giuseppe Abbamonte, docente di diritto amministrativo alla Federico II, va subito al cuore del problema. La legge 221 ha, quindi, un problema di fondo? «Il collegamento, diretto o indiretto, che porta allo scioglimento dovrebbe essere suffragato da elementi incontrovertibili. Penso ai flussi finanziari che dimostrerebbero chiaramente irregolarità nella condotta amministrativa». In Parlamento si discute di una riforma che tenderebbe a dare più poteri ai commissari. «Sarebbe deleterio. Sicuramente ci sarebbero più scioglimenti proprio perché il governo sarebbe spinto a intervenire in virtù delle maggiori possibilità operative date ai commissari». La riforma dovrebbe occuparsi di stabilire principi più rigorosi per lo scioglimento? «L’ho ripetuto proprio in questi giorni nel corso di una serie di conferenze. Stabilire i limiti di indagine garantirebbe rispetto all’abuso di applicazione. Non si può sciogliere un Comune solo per una parentela tra amministratori e malavitosi, servono dati concreti. I flussi finanziari e i contratti d’appalto: questi sono gli elementi da acquisire». Da questo presunto abuso nasce la perplessità rispetto alla norma? «Troppi Comuni sciolti lasciano intendere anche questo. Le prove indirette non sono tali da assicurare la bontà della scelta rispetto allo scioglimento. In sintesi: non si può sciogliere su semplici indizi». Legge da riscrivere? «Non è da condannare la legge in sè ma il modo di raccogliere le prove. Quando i politici obiettano che “qualcosa si deve pur fare” non considerano gli effetti deleteri di provvedimenti tanto traumatici». Il commissariamento non è, quindi, una soluzione? «Non sempre. Si toglie il potere di autodeterminazione alla comunità e non si sana certo un ambiente malavitoso semplicemente rimuovendo degli amministratori. Se la comunità ha radici camorristiche non serve sostituire per qualche mese l’amministrazione con una gestione straordinaria».
Scotti: «Un provvedimento ancora valido situazione preoccupante come nel 1991»
«Ricordo bene quei giorni. Scegliemmo una strada al limite della costituzionalità ma servivano risposte forti alla violenta offensiva di mafia e camorra allo Stato». Vincenzo Scotti era ministro dell’Interno nel 1991, l’anno in cui nacque la legge 221. Quella che regola lo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni malavitose. Come nacque la legge? «Ci fu una valutazione del fenomeno criminale e mafioso. Era ed è un potere che incide sulla vita democratica di una comunità perché spesso impone alle amministrazioni la legge e la cultura mafiosa. Servivano decisioni importanti». Il primo caso fu Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. «Ma subito dopo arrivarono Comuni campani come Marano e Poggiomarino. Qui fu trovato il piano regolatore a casa di un boss locale, un caso eclatante che portò allo scioglimento. La malavita organizzata tende ad avere il controllo del territorio sia per i grandi traffici, sia per far avvertire il proprio potere». Una legge approvata a larga maggioranza? «Sì, ma non mancarono confronti. Spesso accesi. Ricordo le obiezioni di Amato, le cautele di alcuni esponenti della maggioranza, la dura opposizione dei Radicali. Io dissi chiaramente: “Nella situazione in cui ci troviamo servono risposte forti”. E l’intera legislazione antimafia di quel periodo ha carattere di eccezionalità». Una situazione superata? «Purtroppo no. Oggi mi sembra di rivivere le tensioni di quei giorni. Pensiamo alla drammaticità degli episodi vissuti in Calabria in questi mesi, al modo subdolo con cui si muove la mafia in Sicilia. E in Campania la situazione è davvero difficile». Una legge da riscrivere? «Il problema è gestirla con oculatezza. Non è certo una legge sbagliata. Se è giusto sostenere che sulla base di indizi non si debba sciogliere un Comune, la verità sostanziale è un’altra. La malavita organizzata ha strategie molto oscure, l’attività investigativa deve essere forte ed efficace». Nessun abuso? «La camorra ha capacità di infiltrazione talvolta sottovalutate. Nelle situazioni torbide occorre decisione».
sa.sa.
IL MATTINO 26 GENNAIO 2006

