Dalle prime ore di oggi la Guardia di finanza di Venezia, in collaborazione con i
Carabinieri di Roma, stanno eseguendo l’ordinanza con cui il G.I.P. presso il
Tribunale della Capitale, Dott. Corrado Cappiello, ha disposto la custodia cautelare
in carcere di un soggetto e gli arresti domiciliari di altri 3, indagati a vario titolo per
associazione per delinquere finalizzata ai reati di dichiarazione fraudolenta, omessa
e infedele, utilizzo di fatture false e indebita compensazione di imposte.

È altresì in corso il sequestro, finalizzato alla confisca, di quote societarie,
disponibilità finanziarie e di 48 immobili situati nelle province di Milano, Novara,
Parma e Reggio Calabria del valore complessivo di 37 milioni di euro, quale illecito
profitto corrispondente all’IVA non versata relativa alla cessione di oltre 270 milioni di litri di carburante.

L’indagine è stata avviata nel 2016 a seguito degli accertamenti svolti dal Nucleo di
polizia economico finanziaria di Venezia, che aveva individuato numerosi
distributori stradali nella provincia veneta e nel territorio nazionale, che applicavano
un prezzo “alla pompa” sensibilmente inferiore alla media di mercato, reso possibile
per effetto dell’evasione dell’IVA sui trasferimenti tra le diverse imprese della filiera
commerciale.

La successiva ricostruzione delle operazioni commerciali, eseguita mediante
riscontri contabili e indagini finanziarie su oltre 300 posizioni bancarie, sotto la
costante direzione dei Sostituti Procuratori presso il Tribunale di Roma – dott.
Stefano Pesci e dott. Pietro Pollidori – ha consentito di individuare
un’organizzazione criminale, con base in uno studio professionale a Roma, facente
capo a 2 intermediari calabresi, fratello e sorella, e a 2 “esperti” di prodotti petroliferi
di Milano.

I 4 responsabili della frode hanno gestito un traffico di carburante per un valore
complessivo di oltre 300 milioni di euro, omettendo di versare l’IVA per 31 milioni di
euro, interponendo nella filiera commerciale numerose società risultate essere
mere “cartiere”, tutte gestite dall’organizzazione.

In particolare, una società con sede in provincia di Milano era incaricata di
acquistare prodotto petrolifero da fornitori comunitari che giungeva via mare al
porto di Venezia, dove veniva stoccato presso un deposito costiero.

Il carburante era poi ceduto a un’altra impresa senza applicazione dell’IVA per
effetto della presentazione di false dichiarazioni d’intento, la quale lo rivendeva
sottocosto e con IVA esposta ad un’ulteriore azienda della filiera illecita, che a
propria volta lo retrocedeva alla prima società acquirente.

Tutti questi trasferimenti erano meramente cartolari, in quanto il prodotto non
usciva mai dal deposito costiero di Venezia, da dove veniva estratto solo per
essere venduto a distributori stradali di carburante del nord-est.
Tale schema fraudolento è stato nel tempo più volte modificato.

In un primo caso,
utilizzando un’altra società con sede in Roma, che ha ceduto il carburante estratto
dal deposito veneziano per rivenderlo direttamente a clienti finali applicando l’IVA
che veniva però indebitamente compensata con falsi crediti d’imposta, ceduti da
altre società gestite presso lo studio professionale romano.
In un secondo caso, interponendo una società incaricata di acquistare il prodotto da
un’impresa inglese senza applicazione dell’IVA, che è stato ceduto a clienti finali
con l’imposta, che però non veniva versata all’erario per effetto dell’utilizzo di
fatture false.

Inoltre, è stato accertato che i due esperti di prodotti petroliferi avevano gestito una
ulteriore società che si è approvvigionata di ulteriori 24 milioni di litri di carburante
da altro deposito veneziano, per poi immetterlo in consumo senza versare l’IVA per
6 milioni di euro.

Il profitto illecitamente conseguito, corrispondente all’IVA evasa, è stato
monetizzato dall’organizzazione mediante il trasferimento, giustificato da ulteriori
fatture per operazioni inesistenti, di ingenti somme di denaro verso soggetti
economici compiacenti con sede dichiarata all’estero (Cina, Hong Kong, Taiwan)
nonché verso una miriade di società cartiere operanti nell’area campana, i cui
amministratori prestanome provvedevano a loro volta al sistematico prelevamento
di denaro contante presso molteplici uffici postali.

Una parte del profitto è inoltre rientrata nella disponibilità degli artefici
dell’organizzazione tramite una fittizia cessione di ramo d’azienda, avallata da un
notaio compiacente.

Le attività investigative complessivamente svolte hanno sinora consentito di:
a. individuare 65 società coinvolte nella frode, situate in tutto il territorio nazionale,
utilizzate nel triennio 2016/2018 per emettere fatture false per 235 milioni di
euro e per utilizzare in compensazione falsi crediti d’imposta per 26 milioni di
euro;
b. denunciare, a vario titolo, 86 soggetti per i reati di associazione per delinquere,
omessa ed infedele presentazione delle dichiarazioni fiscali,
emissione/annotazione di fatture false, indebita compensazione di crediti IVA o
correlati ad investimenti fittizi in aree svantaggiate, riciclaggio ed autoriciclaggio;
c. eseguire 15 verifiche fiscali constatando violazioni all’IVA per oltre 22 milioni di
euro.

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