Fatture false per agevolare i Casalesi, l’inchiesta va in frantumi

Nel riquadro Gabriele Brusciano

La chiamavano la ‘banca dei Casalesi’. Il riferimento è al maxi giro di fatture false scoperto qualche anno fa dalla guardia di finanza con al centro gli imprenditori casertani Luigi e Gabriele Brusciano. Per la Procura al centro di tutto vi sarebbe stato presunto disegno criminoso realizzato attraverso un sofisticato congegno fraudolento imperniato in una prima fase su un articolato e complesso scambio di fatture per le operazioni inesistenti e finalizzato a comprovare l’acquisto come nuovi di macchinari in realtà obsoleti, distraendo poi le somme percepite per i simulati acquisti di beni strumentali agli scopi di impresa a seguito di finanziamento erogato dallo Stato o da società di leasing. E invece il tribunale di Napoli (VIIa sezione penale) dichiara di non doversi procedere per Gabriele Brusciano (difeso da Claudio Davino, Francesco Genovino e Massimo De Marco)e Luigi Brusciano (difeso da Luigi Della Monica): esclusa per essi l’aggravante dell’associazione camorristic, reati estinti per avvenuta prescrizione. Stessa decisione per Clara Fabozzi, Rita Fabozzi, Felice Gravino, Stefania Zucca e Marianna De Felice.

Per la Procura i Brusciano erano ‘teste di legno’ del boss Giuseppe Setola, a capo dell’ala stragista dei Casalesi. Per l’accusa gli indagati, previa stipula di contratto di assicurazione per il rischio di incendio, avevano inoltre provocato in maniera tale da farli apparire di natura dolosa ma attribuibili a persone del tutto estranee agli interessi del gruppo, l’incendio della fabbrica ed anche i macchinari simulatamente acquistati richiedendo infine alle compagnie assicurative il risarcimento di danni mai patiti. Decisive dunque anche le argomentazioni dei difensori che hanno fatto notare come collaboratori di giustizia un tempo organici ai Casalesi, come per esempio Oreste Spagnuolo, abbia più volte evidenziato come i Brusciano agissero da soli senza alcun intercessione del clan.

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