FRATTAMAGGIORE (Napoli). Quattro cellulari, un paio di orologi da chincaglieria e qualche banconota spiegazzata: era questo il bottino della serata, roba da dividere in tre e che, alla fine, sarebbe bastata sì e no per una pizza con gli amici.
Ma in una città dove la vita vale ormai meno di zero – tanto che pure ieri la faida di Scampia ha aggiunto un’altra vittima alla sua macabra contabilità quotidiana con l’omicidio del ventisettenne «scissionista» Angelo Romano, ucciso a Giugliano, il paese dove s’era rintanato per sfuggire alla vendetta del clan Di Lauro – un ragazzino può crepare con la pistola in pugno anche per questo miserabile tesoro, accumulato durante una notte di rapine lungo la Statale 87, un nastro d’asfalto che si srotola nella desolazione dell’hinterland vesuviano.
Aveva appena 15 anni Emanuele Petroso. E in tasca aveva un’arma giocattolo, di quelle che si usano nei film: revolver caricati a salve, ma che nel buio sembrano identici a una pistola vera. Quando i carabinieri l’hanno beccato in compagnia dei suoi due complici, entrambi diciottenni, non ha esitato a tirarla fuori e a premere il grilletto. O almeno questo racconta la versione ufficiale: Emanuele è stato ucciso durante una sparatoria con le forze dell’ordine. Lui ha aperto il fuoco e i militari hanno risposto. Le sue pallottole, però, erano finte. Quelle degli uomini in divisa, no. E l’hanno centrato al petto senza lasciargli scampo.
Toccherà alla magistratura, adesso, capire cosa sia davvero successo la notte scorsa su questo pezzo di strada che collega Arzano e Frattamaggiore, un posto dove neppure ti fermeresti a bere un caffè e che invece è diventato il rifugio serale di fidanzati in cerca d’intimità. Lungo questa arteria si snodano le ultime ore di Emanuele Petroso, uscito di casa con un intento ben preciso: rapinare alcune di quelle coppiette per mettere insieme un gruzzoletto da spendere, caso mai, la sera dopo con gli amici.
Tutto comincia nel tardo pomeriggio a Caivano, il paese della provincia vesuviana dove il ragazzo vive con la famiglia. Emanuele è con Salvatore Russo e Salvatore Maio, che hanno tre anni più di lui e sono già dei balordi. Insieme rubano la Fiat Uno bianca che servirà per la scorribanda notturna. E’ su quell’auto, infatti, che sfrecciano lungo la Statale 87 a caccia delle loro vittime. Il primo colpo va a segno senza grandi problemi. Nel secondo, invece, qualcosa fila storto: i fidanzati si barricano nella macchina e, per farsi consegnare la magra refurtiva, i giovani banditi sono costretti a rompere i finestrini con il calcio della pistola.
Pochi minuti dopo, nella vicina caserma dei carabinieri, squilla il telefono. Qualcuno segnala che tre ragazzi, a bordo di una Fiat Uno bianca, stanno rapinando le coppiette che amoreggiano in zona. Due pattuglie dell’Arma cominciano a perlustrare i dintorni e si imbattono nel terzetto che sta per tornare in azione. Da questo momento in poi bisogna affidarsi alla versione ufficiale dei carabinieri.
Le vetture si avvicinano con sirene e lampeggianti spenti, seguendo le procedure d’intervento in caso di rapina. I teppisti, probabilmente, non si accorgono di essere circondati da uomini in divisa e cominciano a sparare con la pistola giocattolo. I militari, dal canto loro, non si rendono conto di avere a che fare con una semplice scacciacani e rispondono al fuoco. I tre si rifugiano nella macchina e partono a razzo, tallonati dalle due pattuglie. L’inseguimento dura un paio di chilometri e, a detta dei carabinieri, la Uno bianca prova più volte a mandare fuori strada le vetture di servizio speronandole. Quando il terzetto viene raggiunto e bloccato, Emanuele Petroso è già agonizzante: morirà in ospedale cinque ore dopo. Salvatore Maio, invece, è ferito alla spalla sinistra, mentre Salvatore Russo non ha un graffio: entrambi vengono arrestati, ma le due coppiette rapinate non riconosceranno poi nei volti di entrambi quelli dei loro aggressori.
Enzo d’Errico – IL CORRIERE DELLA SERA 7 FEBBRAIO 2005
Notte di rapine con gli amici, ucciso a 15 anni
La generazione perduta vede morire in strada un altro dei suoi ragazzi. Adolescenti che dovrebbero correre dietro a un pallone o giocare con la playstation e invece il sabato sera escono in auto per rapinare coppiette. Rischiano la vita per qualche spicciolo, spesso uccidono, talvolta hanno la peggio. Emanuele aveva quindici anni e mezzo, era il più piccolo di un gruppo dove i «grandi» hanno appena compiuto la maggiore età. Il suo cuore si è fermato alle 5.45, dopo un’agonia iniziata qualche ora prima sulla strada statale 87 tra Arzano e Frattamaggiore, quando una pattuglia di carabinieri si è messa all’inseguimento di una banda di rapinatori che, alla vista dei militari, aveva sparato con una pistola caricata a salve costringendo gli appartenenti alle forze dell’ordine a rispondere al fuoco. Alla fine della corsa due degli occupanti della vettura sono risultati feriti: Salvatore Maio, diciotto anni, in maniera lieve. Emanuele così gravemente da lasciargli solo poche ora di vita ancora. La pietà per un ragazzino che muore impone cautela nel raccontare una tragedia troppo uguale a tante altre per non lasciare aperti mille interrogativi sul futuro di una generazione continuamente al centro delle cronache. L’allarme, hanno ricostruito i carabinieri del comando provinciale, scatta poco dopo la mezzanotte. Viene comunicata la presenza di una banda di rapinatori che si muove, a bordo di una Fiat Uno di colore bianco, lungo la statale numero 87, una strada frequentata da coppiette e da malviventi. Sono già arrivate due segnalazioni, in un caso i banditi hanno infranto il finestrino della vettura presa di mira. Durante i controlli una pattuglia dell’Arma individua un’auto identica a quella ricercata che si trova ferma nei pressi di un’altra vettura con due persone in piedi come nell’atto di compiere una rapina. I carabinieri si avvicinano e intimano l’alt. L’unica replica è uno sparo. I militari rispondono al fuoco, la Uno tenta la fuga. L’inseguimento prosegue per due chilometri durante i quali più volte l’automobile dei fuggitivi sperona i carabinieri. Alla fine viene bloccata. A bordo ci sono tre persone. Salvatore Russo, di diciotto anni, incensurato, che era alla guida. E due feriti: Salvatore Maio, con precedenti per ricettazione e rapina, ferito alla spalla. E poi Emanuele, quindici anni, incensurato, colpito al torace, le cui condizioni appaiono molto gravi. I tre sono tutti residenti a Caivano, nella zona del parco Verde. L’auto risulta rubata nel pomeriggio a Crispano. I due maggiorenni vengono arrestati per rapina. Sull’auto vengono sequestrati quattro telefoni cellulari e una pistola giocattolo: una scacciacani senza tappo rosso, che può esplodere una fiammata innocua ma analoga a quelle di un’arma vera. La coppia presa di mira al momento dell’arrivo dei carabinieri si allontana senza sporgere denuncia. Le vittime dei primi due colpi segnalati non riconoscono gli arrestati ma confermano la descrizione della Uno bianca. Emanuele viene accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli. I sanitari tentano di salvarlo, l’emorragia però è troppo profonda, forse acuita dal ritardo che la fuga ha determinato nei soccorsi. Il ragazzino muore, i carabinieri informano il sostituto di turno della procura. Il pm dovrà ascoltare la versione dei due arrestati e valutare la dinamica dei fatti. Tutto sembra confermare che all’operato dei militari non può essere mossa alcuna censura: non avevano alternative, anche i soccorsi sono stati immediati. Altri interrogativi accompagnano ora la morte di un ragazzino. Ma le risposte non spettano solo alla giustizia.
DARIO DEL PORTO – IL MATTINO 7 FEBBRAIO 2005
L’ira della madre «La pagheranno»
DALL’INVIATO DANIELA DE CRESCENZO Caivano. L’eco della tragedia lacera il silenzio della controra: le urla di Liliana, la mamma di Emanuele, fanno freddare il ragù sui tavoli della domenica, tolgono la voce ai talk show della tv, zittiscono il riso dei bimbi con i vestiti del Carnevale. «Voglio mio figlio – geme Liliana – andate tutti via, voglio solo Emanuele. La pagheranno». Il citofono del civico C2 di parco Verde è divelto, le scale sono gelide per la tramontana che si infila dalle finestre con i vetri in frantumi. La casa è la stessa di tante: tre vani costruiti con il cartongesso, mobili tirati a lucido, tende di naylon e cucina monoblocco. Ed è qui che va in scena la tragedia di chi ha perso un ragazzo di quindici anni. Allo strazio delle lacrime della madre di Emanule, Liliana, tre figli e un lavoro precario da domestica, è doloroso contrappunto il dolore immobile del padre, Enzo, muratore che in passato ha avuto lievi problemi con la legge. Due sorelle sposate, Anita e Nunzia: la prima abbraccia la felpa blu di Emanuele e ripete: «La pagheranno, la pagheranno, hanno ammazzato il mio bambino, ma prima o poi soffriranno quello che adesso soffriamo noi». Non c’è accettazione, non c’è rassegnazione nel dolore duro e disperato della famiglia di Emanuele: «Un bambino, questo era, un bambino nel corpo di un adulto – mormora Enzo – un bambino sempre allegro, sorridente, che ancora chiedeva un euro al giorno alla madre. Ora diranno che è colpa mia, che sono un delinquente. Ma lui era solo un ragazzo come tanti. Ieri sera era uscito come ogni sabato ”vado a fare la pizza con gli amici” aveva detto. Poi chissà che cosa era successo: si incontrano i buoni, si sincontrano i cattivi. Certo Emanuele non ci aveva mai dato nessuna ansia. Ieri, come tutte le altre sere, non avevamo motivo di preoccuparci». Ma all’una Emanuele ancora non era tornato, e allora la madre ha cominciato a chiamarlo sul telefonino che ha continuato a suonare a vuoto fino alle cinque di mattina quando al parco Verde sono arrivati i carabinieri: «Ci hanno detto che Emanuele era in ospedale – racconta lo zio – ma quando siamo arrivati era già praticamente morto». Dolore, ma anche tanta rabbia: per un destino infame, ma anche perché a quindici anni, lo ripetono i parenti, lo ripetono gli amici di Emanuele, si è davvero troppo giovani per morire. E la famiglia ha già deciso di rivolgersi a un avvocato: la ricostruzione fornita dai carabinieri non convince i genitori, gli zii, gli amici: «Gli hanno sparato mentre era in macchina, lo hanno scambiato per un delinquente come quelli di Scampia», insistono. La verità, quella giudiziaria, la stabiliranno i magistrati. Ma qui, raccontano tutta un’altra storia: la storia di un quindicenne che dopo la licenza media, come tanti aveva lasciato la scuola. Poi aveva cominciato a lavorare nel negozio di pasticceria del cognato sul corso di Caivano e alla bouvette di un istituto di Frattamaggiore. Ma, dicono gli amici, anche quel lavoro gli era venuto a noia. Forse sognava un’altra vita. Forse nella sua testa di ragazzo le rapine erano diventate il sogno di una vita diversa, piena di bei vestiti e guadagni facili da spendere con gli amici. Gli amici: quelli di Emanuele erano tutti ragazzi come lui cresciuti in quest’ennesimo assurdo ghetto di periferia dove cinquecento famiglie, ottomila persone vivono inscatolare in case costruite dall’Iacp prima e dal commissariato della ricostruzione poi, molte conquistate con le occupazioni abusive. Salvatore Maio, uno dei diciottenni che nella notte tra sabato e domenica era con Emanuele a tentare rapine, abita nel suo stesso palazzo: «Si conoscevano bene – dice Melania, la sorella di Salvatore – ma non uscivano insieme. Ieri sera Salvatore aveva detto che sarebbe andato a ballare, sembrava tutto normale». Maio aveva lavorato con un benzinaio. Salvatore Russo, l’altro complice diciottenne, era appena tornato da Reggio Emila dove faceva il muratore. I tre sabato sera si sono dati appuntamento e sono partiti per tentare il colpo grosso. Ma uno di loro non è tornato.
DANIELA DE CRESCENZO – IL MATTINO 7 FEBBRAIO 2005
Trecento colpi all’anno sulla strada dell’amore
Frattamaggiore. Tre chilometri in sopraelevata che collegano la rotonda di Arzano con l’asse Mediano. Gli ultimi 500 metri, prima dell’uscita di Frattamaggiore, sono in rettilineo a quota zero. Ai lati ci sono le uniche due piazzole di sosta che nel fine settimana si trasformano nella zona d’incontro per centinaia di coppiette. Questo tratto è uno dei posti più pericolosi per l’altissimo rischio rapine. Lo scorso anno sono state denunciate a carabinieri e polizia oltre 300 tra rapine consumate e tentate. L’allarme rosso scatta nel fine settimana. Questo numero, che di per sè ha già i contorni di un’emergenza, non rispecchia nella realtà quello che veramente accade tra il sabato e la domemica sera. Sono almeno altre cento le rapine e le aggressioni che non vengono denunciate per l’esiguità del bottino, perché le vittime non vogliono mettere in piazza una relazione clandestina, e soprattutto perché nel mirino finiscono spesso giovanissimi che non vogliono spaventare i genitori. Una manna per le bande di balordi che raggiungono le piazzole percorrendo le stradine di campagna che costeggiano questo tratto del cosiddetto asse di supporto. La tecnica è quella della spaccata. Un colpo al parabrezza e il gioco è fatto. La domenica mattina l’asfalto delle piazzole è un tappeto luccicante e aguzzo, e qualche volta, rosso sangue. Come è accaduto alcuni anni fa, quando Vincenzo Pennino, 18 anni appena compiuti, un sabato sera armato con una scacciacani, incappò nella vittima sbagliata: un poliziotto in borghese in compagnia della fidanzata. L’agente reagì alla rapina. E uccise Vincenzo. Il popolo delle «piazzole dell’amore» dell’asse di supporto non si mostra particolarmente colpito per quanto accaduto a Emanuele, il ragazzino rapinatore morto nel conflitto a fuoco con i carabinieri, mentre era con gli amici a bordo di una Fiat Uno bianca. Sul nastro d’asfalto che collega in sopraelevata Casavatore, Arzano, Casoria e Frattamaggiore, ieri sera c’era il tutto esaurito: con le auto tappezzate di giornali, anche sulle striminzite corsie di emergenza. Come se nulla fosse accaduto.
MARCO DI CATERINO – IL MATTINO 7 FEBBRAIO 2005
IL COMMENTO: Il destino segnato
Rapinatore a quindici anni è già una notizia che turba, ma non ci sono emozioni, non ci sono parole, nell’apprendere la sua morte dopo un inseguimento e una sparatoria. Napoli, che nel dopoguerra emozionò il mondo per la sorte dei bambini buttati sulle strade a fare gli «sciuscià», ora presenta delinquenti ragazzini che rapinano rischiando di essere uccisi: quando si pensava che la città avesse raggiunto il momento più basso della sua storia recente, non avremmo mai creduto di dover assistere a un secondo atto della tragedia giovanile che cova
Si dice che oggi le nuove generazioni rimangano a casa fino ai trent’anni, contenti, i giovani, soprattutto i maschi, di farsi coccolare dai genitori; si dice che siamo di fronte a nuove forme di mammismo protettivo, si dice che una sorte di sindrome bambinesca stia affliggendo gli italiani. Napoli ci mostra l’esatto opposto di questo quadretto felice, tardo-infantile, di ragazzi – o ancor più – che tagliano mal volentieri il cordone ombelicale con l’utero materno e che, anzi, cercano di allungare all’infinito i loro anni verdi. Ci rivela la scuola della strada, la durezza immediatamente appresa, l’esperienza di esseri umani nati e buttati nella mischia; nel caso di certe zone cittadine o periferiche, ragazzi offerti al delitto ancora imberbi. È questa, forse, al di là del linguaggio già chiaro delle statistiche, delle analisi politiche, delle considerazioni sociali, la definitiva testimonianza della tragicità napoletana. Emanuele, il ragazzino ucciso a Frattamaggiore, abitava nel parco Verde di Caivano, uno di quegli agglomerati grigi e senza storia dell’entroterra napoletano. Niente servizi, case di tre stanze in cartongesso, palazzi e viottoli preda dell’incuria e del degrado. Un presente di precarietà e niente futuro. Qui, come in tante altre sacche di abbandono della provincia napoletana, bande giovanili scimmiottano quelle degli adulti, ragazzini scorrazzano in motorino in attesa di una preda pronti ad andare in galera, sedicenni s’atteggiano a boss, uomini immaturi come tali si rivelano maturi come delinquenti, in alcuni rioni s’esalta il camorrista e lo si fa diventare paradigma di vita. Siamo di fronte a uno sfascio di grandi proporzioni. Non è solo l’episodio in sé a far pensare; è il continuo stillicidio di notizie concernenti la criminalità minorile della zona di Napoli e del suo circondario. Se l’infanzia è violata tanto presto, se da essa si passa direttamente al mondo degli adulti – peggio, alla parte marcia del mondo degli adulti – vuol dire che i filtri protettivi della vita sono consumati. C’era una volta una legge non scritta, valida tanto per i timorati quanto per i delinquenti: prescriveva che si dovesse lasciar sbocciare il fiore dell’infanzia come fosse destinato a una esistenza da angelo. Questa legge sembra rinnegata. Il degrado produce infamie di vario tipo, ma l’infamia maggiore, detto tra cristiani, è quello di scandalizzare e corrompere i bambini. Cosa volete che sia un quindicenne se non un bambino? E cos’è un quindicenne che va a rapinare coppiette se non un bambino corrotto da una società che ha perduto le sue regole?
ROBERTO CIUNI– IL MATTINO 7 FEBBRAIO 2005