«Il generale per tutto, ci pensa lui», a partire dalla spedizione. Così veniva chiamato, nelle chat criptate, il responsabile dell’approvvigionamento di chili di cocaina in loco, in Colombia. Là dove, per chi indaga, i referenti dell’associazione erano collegati all’organismo paramilitare colombiano «Clan del golfo» dedito al narco traffico («è quello che comanda qui, vanno pagati anche loro»).
Sulle percentuali non si scherzava: mediazione, trasporto, logistica al porto (di Anversa, nel caso). Così, tra il 2020 e il 2021 Dario Bovegno — ritenuto il promotore dell’organizzazione nel bresciano — 56enne di Gussago, avrebbe fatto arrivare 35 chili di cocaina, nascosti tra le casse di banane per 145 mila euro. Al suo fianco la moglie, colombiana, a coordinare le operazioni e controllare «la merce» nel paese d’origine.
E chiamavano i componenti del gruppo con i nomi di calciatori famosi. C’erano Totti, Benzema, Ronaldo e persino Ancelotti. Solo che quello che stavano organizzando non era, appunto, un gioco o una partita di calcio tra vecchie glorie, ma un traffico internazionale di stupefacenti con quintali di droga che hanno invaso l’intera penisola.
Tonnellate di cocaina e narcos coi nomi dei calciatori, la droga per la camorra partiva dal Nord Italia
La coppia fa parte del primo dei due sodalizi criminali, dediti al traffico internazionale di cocaina, hashish e marijuana, sventati dalla squadra Mobile delle questura di Brescia diretta da Gianni Di Palma con i colleghi dello Sco nell’ambito di due maxi inchieste parallele (indagini durate tre anni) coordinate dalla Procura (i pm Claudia Moregola, Teodoro Catananti e Carlo Francesco Milanesi). Incredibilmente, entrambi i gruppi avevano base logistica a Gussago, lì dove, ora nei garage ora nel box di un ristorante, avrebbero stipato chili di droga.
In tutto, ne avrebbero movimentati duemila solo di cocaina (contestati 1.500 chili di hashish e 700 di marijuana): sul mercato, 80 milioni di euro. E non è l’unico numero da capogiro: quasi ottocento pagine divise in due ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip Matteo Grimaldi, 45 arresti (di cui 23 bresciani per origine o domicilio, di cui 17 in carcere, 6 ai domiciliari, più uno con divieto di dimora e uno con obbligo di firma), 30 in cella in tutto, 87 indagati e perquisizioni tra Brescia, Reggio Calabria, Catanzaro, Napoli, Palermo, Roma, Milano, Foggia, Cosenza, Ragusa, Trapani, Mantova, Cremona, Pavia, Chieti, Bolzano e Biella.
Quasi trecento i capi di imputazione. La cocaina arrivava da Colombia e Olanda, hashish e marijuana — a volte selezionatissimi — da Marocco via Spagna (anche tra le arance). Gli albanesi e i nordafricani, a fare affari con i bresciani, compresi quelli di adozione, referenti calabresi che qui vivevano da «insospettabili» operai e che avrebbero agito per conto della famiglia al sud, dove le «partite» sarebbero state decise.
Il modus operandi dei narcotrafficanti
Avevano armi, a disposizione. E comunicavano solo con i nickname utilizzati per trasferire i soldi all’estero e pagare i fornitori, e nelle chat sui telefoni rigorosamente criptati, dotati di un sistema di cifratura del segnale e protezione dell’accesso. Solo sim estere e una ristretta community autorizzata a interagire.
Il primo sodalizio è risultato molto più radicato nel Bresciano. Stando agli accertamenti importava direttamente da oltreoceano. È capitato che tra le banane, su un carico complessivo di mille chili, ne volessero inizialmente cento, poi almeno cinquanta. Ma calcolati i compensi — per l’intermediario turco, il 9% agli scaricatori e non solo — si è arrivati a un massimo di 35, appositamente siglati per il riconoscimento. E non senza qualche problema per il cambio euro-dollari, con un ammanco da 65mila euro per la logistica: «Non vogliamo pagare per chi sbaglia a cambiare», «non ci sto a farmi fregare», «per fortuna ho venduto 50 chili di erba cash la scorsa settimana». C’erano clienti esigenti, che di marijuana volevano solo la «amnesia» (25 chili) — tra le più potenti al mondo — o chi chiedeva campioni della «northen kight».
La pandemia non ha giovato: «Con sto virus la roba la vendono tutti cara. La sto comprando cara per non perdere le amicizie» diceva un indagato nel marzo 2020. A dare manforte, mezzi e due dipendenti, anche una ditta di autotrasporti di Rudiano, per movimentare la droga.
Da Gussago, nel Bresciano, la droga veniva smerciata nel Sud Italia
Del secondo gruppo (presunti capi due calabresi di 31 e 36 anni di casa a San Luca, uno aveva persino un bunker) avrebbero fatto parte indagati legati da vincoli di parentela con gli esponenti delle famiglie di ‘Ndrangheta Nirta e Strangio di San Luca. Ma è sempre dal quartier generale di Gussago che la droga sarebbe stata distribuita in tutta Italia.
Dimostrati, per gli inquirenti, i rapporti «stretti» con la criminalità organizzata —‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra, Stidda e Sacra Corona Unita, operativi anche su Roma. Sarebbero stati i clan ad autorizzare le consegne nei territori sotto il loro controllo.
In 19 sono stati arrestati in flagranza durante le indagini, contestualmente al sequestro di 135 chili di cocaina, 90 di hashish e 3 di marijuana (oltre a due revolver calibro 45).
Fiumi di droga arrivavano anche via mare («la barca deve essere transoceanica, a noleggio») grazie a società complici, o nei container, addirittura negli autoarticolati (bresciani) destinati al trasporto del latte. Nell’aprile 2023, a Ardore, Reggio Calabria, è stata scovata una vera e propria mini-raffineria di cocaina (due arresti e 34 chili sequestrati, 11 di sostanza da taglio) gestita dai vertici, con tanto di esperti arrivati dalla Colombia per garantirne la qualità.
Strutture ben organizzate, per il gip, che rileva l’altissimo spessore criminale degli arrestati. «Questa operazione antidroga merita attenzione, sia per il numero di arresti e il volume di affari, che per il peso specifico di alcuni indagati — riflette il procuratore capo Francesco Prete — La conferma di come il traffico di stupefacenti sia un forte volano dell’economia legale che entra nelle maglie di quella legale riciclando i proventi illeciti e investendoli nei locali e nelle attività sotto le nostre case. Una spia che deve continuare a preoccupare».