Narcos del clan con la casa popolare in stile Gomorra, anche l’esponente dei Gionta nel blitz antidroga

Aveva agganci con la mafia foggiana e la mala del Nord, grazie agli accordi riusciva ad importare carichi di droga dal Marocco nei tir o sfruttano finte cisterne di gasolio. Vincenzo Scognamiglio presunto esponente dei Gionta di Torre Annunziata è una figura centrale nell’operazione Carthago che ha portato all’arresto di 15 persone e 73 persone sotto indagine. Le fiamme gialle, coordinate dalla Dda di Trento, hanno sequestrato oltre una tonnellata di hashish e 2 chili di cocaina, per un valore sul mercato stimato in oltre 70 milioni di euro. Nel territorio italiano sono stati catturati tre marocchini e il 40enne oplontino Vincenzo Scognamiglio che, secondo gli investigatori, sarebbe proprio legato al clan dei Valentini. Altri quattro nordafricani sono attualmente ricercati.
Affari in tutta Europa e una casa popolare arredata in perfetto stile Gomorra. Il raccordo tra «quarta mafia» foggiana, narcos marocchini e pusher del Trentino Alto Adige era Vincenzo Scognamiglio, 42 anni, pregiudicato di Torre Annunziata ritenuto molto vicino agli ambienti del clan Gionta. Questo è quanto ricostruito dai finanzieri del Gico di Trento, coordinati dalla direzione distrettuale antimafia, al termine dell’inchiesta «Carthago», che ha portato a quattro arresti in Italia e all’estero, con tre ricercati e altri dodici indagati.

Le indagini sono partite nel marzo 2016 con un sequestro di stupefacenti ad un gruppo di spacciatori maghrebini radicato in Trentino-Alto Adige.

Secondo gli investigatori, la vasta rete di narcotraffico si estendeva in Marocco, passando per la Spagna, la Svizzera e l’Olanda fino ad arrivare in Italia. Sono stati cosi individuati due sodalizi criminali composti, prevalentemente, da persone di origine maghrebina ed italiana, stabilmente radicati in Trentino-Alto Adige, Lombardia, Basilicata, Campania e Puglia, che si ripartivano i locali mercati dello spaccio. Il primo gruppo riforniva con cadenza periodica i ‘mercati’ delle province di Trento e Bolzano, dove lo stupefacente veniva venduto al dettaglio dai pusher, perlopiù tunisini e marocchini, presso i parchi cittadini dei centri storici, in prossimità di istituti scolastici nonché, in periodi di alta stagione, anche in alcune località turistiche di alta montagna.