Il giallo di Bruno Carbone, il presunto narcos sta per sbarcare in Italia

Sta per sbarcare in Italia la persona fermata a Dubai con l’accusa di essere il narcotrafficante Bruno Carbone. E’ stato preso  tra il 19 e il 20 dicembre scorsi nell’aeroporto internazionale di Dubai, con un passaporto intestato all’imprenditore
napoletano Domenico Alfano. Fin dal primo momento ha dichiarato di non essere lui Carbone e che c’è stato un errore da parte degli inquirenti, tant’è che attraverso una lettera ha rivolto un appello affinché la sua posizione venga chiarita.

Una sorta di intrigo internazionale, un episodio che si tinge decisamente di giallo, destinato a chiudersi nel giro di pochi giorni. . Mi chiamo Domenico Alfano, sono incensurato, faccio l’imprenditore, il ristoratore a Panama, sono venuto a Dubai con la mia famiglia solo per una vacanza». A questo punto saranno le autorità giudiziarie italiane a svolgere quelle verifiche necessarie a mettere la parola fine sul giallo di Dubai.

La lettera

«E’ uno sbaglio di persona, io non sono Bruno Carbone, mi chiamo Domenico Alfano». Un caso che sta diventando sempre più un caso internazionale. E’ quello dell’arresto a Dubai di Bruno Carbone, poi smentito, e dell’appello lanciato da Domenico Alfano che in una lettera dettata al telefono ha dichiarato di essere detenuto ingiustamente da 28 giorni.  Alfano, 40 anni, è originario del quartiere Stella, vive a Santiago de Veragues nella Repubblica di
Panama, dove gestisce un ristorante e una pizzeria. Era partito con la famiglia (moglie
colombiana e 2 figli di 13 e 9 anni) per Dubai per trascorrervi il Natale e Capodanno.

L’uomo, difeso dall’avvocato Giacomo Pace, ha spiegato cosa è accaduto:«Mi chiamo Domenico Alfano, non sono Bruno Carbone, possiedo una pizzeria a Panama Il 18 dicembre siamo partiti da Panama per Dubai, per una vacanza di 30 giorni – dice – Dopo aver fatto una sosta in Francia, abbiamo continuato il nostro viaggio e siamo arrivati a destinazione a Dubai alle 4:25 ora locale, con il volo Air France 658. Alla porta dell’aereo due persone mi chiedono il passaporto e mi chiedono se il mio nome sia Domenico Alfano, quindi un nuovo invito a seguirli insieme alla famiglia. Chiedo spiegazione e di capire cosa stesse accadendo. Mi hanno separato da mia moglie e dai figli. Mi hanno portato in un ufficio, cercando di farmi capire gli ho presentato un biglietto da visita del mio ristorante. A quel punto l’uomo che aveva prelevato ha scattato una foto e se’è andato. Mi hanno messo in una cella e mi hanno fatto altre foto. Due o tre ore dopo aver atteso, mi hanno messo le manette e mi hanno trasferito in prigione in una cella fino a notte. Mi hanno interrogato con un cellulare dotato di traduttore istantaneo. Mi hanno mostrato le foto di due uomini con due nomi e cognomi diversi dicendo che sono entrambe esponenti della criminalità e dicono che mi stanno cercando. Avevo capito che sì trattava di uno sbaglio di persona e che avrei risolto il problema presto. Hanno preso le impronte digitali e fatto un piccolo prelievo di sangue per un test del Dna. Mi hanno detto che posso essere calmo che se non sono io il ricercato e che la risposta dall’Italia sarebbe arrivata presto e che mi avrebbero rilasciato. Oggi, 16 gennaio 2020, sono ancora qui, rinchiuso da 28 giorni. Tutta la mia vita sta finendo, tutte i miei impegni di lavoro stanno andando a rotoli, il danno psicologico alla mia famiglia è indescrivibile, scrivo questa lettera in modo che tutti sappiano la verità sull’incubo che sto vivendo».