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lunedì, Maggio 23, 2022
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CROCI DI CARBONE NEL TRIANGOLO DEI VELENI: «QUI SI MUORE DI RIFIUTI»


Un passo avanti e uno indietro. La protesta dei sindaci del Giuglianese, delle associazioni e dei cittadini contro l’apertura della discarica di Villaricca è di quelle destinate a incidere sulla tabella di marcia stabilita dal commissariato straordinario per uscire da un’impasse che dura ormai da 50 giorni. Il sito, una volta allestito, dovrebbe servire per decongestionare gli impianti di Cdr ormai saturi. Ma le previsioni rischiano ancora una volta di saltare. Ieri sera i primi cittadini di Giugliano, Villaricca, Mugnano e Qualiano hanno incontrato il prefetto di Napoli per chiedere la sospensione dei lavori avviati all’interno della cava, nell’attesa dell’esito delle trattative avviate con il commissariato. E da Profili hanno incassato l’impegno a promuovere un incontro con Catenacci. Un summit che potrebbe esserci già questa mattina. Intanto la nuova battuta d’arresto non lascia indifferenti i responsabili del commissariato, alle prese con il triplo problema delle manifestazioni di protesta, dei Cdr della regione ormai saturi e dei rifiuti abbandonati per strada: «La spazzatura di casa fa paura e provoca blocchi stradali e barricate – sbottano i dirigenti – mentre i fusti tossici e i camion che trasportano veleni nessuno li vede». Contro l’apertura di nuovi sversatoi si schiera invece Legambiente: «Dopo 13 anni l’apertura della discarica rappresenta una sconfitta ambientale, sociale e politica. Ci chiediamo come mai – accusa il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonuomo – non si è usato lo stesso tempismo e lo stesso rigore, come nel caso dell’apertura della discarica, anche per realizzare gli impianti di compostaggio e nell’obbligare i sindaci ad effettuare la raccolta differenziata, prevista da una legge dello Stato». Insomma le accuse rimbalzano mentre l’emergenza rifiuti che ha messo in ginocchio l’intero territorio regionale avanza minacciosa con il suo carico di rischi sanitari e di disagi alla popolazione. Anche il Cdr di Pianodardine, nell’Avellinese, è al collasso: i centri dell’Irpinia stanno lentamente trasformandosi in un tappeto di rifiuti. I sindaci del Vesuviano non nascondono l’esasperazione: quelli di Torre Annunziata, Castellammare, Trecase, S. Giorgio a Cremano, Portici ed Ercolano si sono ritrovati intorno a un tavolo tecnico nella sede del Commissariato per l’emergenza rifiuti. Hanno chiesto un incontro con il governo: «Siamo pronti a marciare con le fasce tricolori. Abbiamo gli ”scarrabili” pieni con oltre 500 tonnellate di rifiuti, mentre a terra rimangono ancora giacenze. Col caldo aumenta il rischio di epidemie. Che aspettiamo, il colera?». Si studiano le contromosse e la discarica di Villaricca è solo uno dei due invasi che al commissariato straordinario di governo pensano di riaprire per conquistare gli spazi necessari ad accogliere l’immondizia stivata nei capannoni degli impianti. L’altro potrebbe essere stato individuato nel Nolano dove in pole position resterebbero la discarica di Paenzano 2 e una cava di Roccarainola, tra l’altro posta sotto sequestro dalla magistratura per la presenza di rifiuti tossici. E si tenta di accelerare la riapertura del Cdr di Tufino, nei cui capannoni sono state accumulate 70mila tonnellate di scarti della lavorazione dei rifiuti. Raddoppiata infatti la quantità di immondizia rimossa quotidianamente dai magazzini pieni fino all’inverosimile. Da 300 tonnellate si è passati a 600 per liberare i depositi e riaprire i cancelli ai 60 comuni che fino a più di un mese fa hanno smaltito a Tufino la spazzatura prodotta. E che continuano a fare i conti con una situazione che sfiora il disastro. E non si ferma neanche l’escalation di roghi, diventata ormai un’emergenza nell’emergenza. Le fiamme divampano a ogni angolo di strada. E nei centri come nelle periferie i vigili del fuoco continuano a spegnere in media 100 incendi al giorno. In serata a Secondigliano addirittura diventa necessario l’intervento delle volanti della polizia per calmare gli animi.


CARMEN FUSCO







CROCI DI CARBONE A VILLARICCA: QUI SI MUORE
Minerale e the freddo per affrontare il nuovo sit-in «Mai più immondizia ce l’avevano promesso»




C’è una croce nera in via Ripuaria, una grande croce nera disegnata con un tizzone di carbone su un pannello autostradale: prossima apertura, pericolo discarica, qui si muore. L’avviso poco incoraggiante è comparso appena quarantotto ore fa, quasi a fare da stura a una mobilitazione di piazza contro l’ultima ordinanza del commissario per l’emergenza rifiuti Catenacci: appena una settimana fa, nel pieno di una decennale emergenza regionale, il rappresentante del governo ha stabilito che qui a Villaricca arriveranno nuove tonnellate di rifiuti, con una nuova discarica destinata a smaltire le emergenze di una regione intera. Lo ha scritto il commissario Catenacci e la notizia ha fatto il giro dei comuni dell’asse mediano: riapre la discarica di Villaricca e gli addetti ai lavori – i camionisti della Fibe – si sono organizzati in modo autonomo, ferrati da lunga esperienza sul campo. E così a terra, questa volta in vernice spray rossa, poco prima della svolta per l’ultimo sito di sversamento autorizzato dallo Stato, si legge un avviso per i naviganti: «Qui a sinistra, prossima discarica». Parole seguite alla lettera dai tre furgoni targati Fibe, che ieri hanno fatto la loro prima comparsa in via Ripuaria, pronti a dare inizio ai lavori di allestimento della prossima cava di smaltimento rifiuti. L’area è un gran canyon. Decine di siti di estrazione di pozzolana, una gruviera di svariate centinaia di metri quadrati che sembra fatta apposta per sversamenti di ogni tipo. Ed è proprio quello che la gente del posto punta a evitare a tutti i costi, in un’area già fortemente penalizzata da precedenti incursioni. Ieri, intorno alle nove del mattino, la discarica viene occupata dai sindaci del cosiddetto triangolo della morte: con le fasce tricolore, si presentano nella zona dei crateri alle porte di Napoli, il sindaco di Villaricca Raffaele Topo, il collega di Giugliano Francesco Taglialatela, quello di Qualiano Pasquale Galdiero, il primo cittadino di Mugnano Daniele Palumbo. Poi ci sono consiglieri e assessori freschi di nomina, ma anche rappresentanti di Legambiente e di coordinamenti spontanei. La protesta si infiamma in tarda mattinata, quando viene forzato l’ingresso del cantiere e nella cava entrano in tutto una cinquantina di persone. «Disastro ambientale», «stress ecologico», «bomba oncologica», «triangolo della morte», «mal di vivere» sono solo alcuni slogan che scandiscono la mattinata. E c’è chi si mobilita per un lungo presidio. Arriva acqua e tè freddo, ci si prepara al muro contro muro, unico obiettivo il presidio permanente. Politici, attivisti e semplici cittadini hanno lo stesso lessico, usano gli stessi termini, evidentemente frutto di anni di lotta contro il cosiddetto triangolo dei tumori, che unisce in una funesta geometria i comuni di Villaricca, Qualiano e Mugnano: «Non siamo la pattumiera della Campania, abbiamo già pagato il nostro prezzo – spiegano i sindaci dei tre comuni durante l’occupazione -. In questa zona ci sono almeno tredici siti di sversamento a cielo aperto. Non stiamo parlando di realtà capaci di accendere sviluppo e occupazione, ma buche provvisorie che diventano emergenze ordinarie, che da dieci anni a questa parte infestano l’intera area». Il tam-tam si diffonde con le stesse parole d’ordine: «L’Asl, l’istituto superiore della Sanità, il Cnr, il secondo Policlinico dicono tutti che abbiamo ragione – spiega un attivista di Legambiente sventolando un dossier di documenti che raccolgono dieci anni di lotta -. In questa zona si muore di tumore, perché manca la politica di rilancio del territorio». E a guardare dall’alto l’intera area, lo spettacolo sembra lugubre: solo in via Ripuaria, ci sono ben 600mila metri cubi di capacità ricettiva, che mai come in questo periodo incoraggiano ogni tipo di sversamento. Ma a distanza di poche decine di metri, l’area è un immondezzaio a cielo aperto. A guardarsi attorno, c’è una vera archeologia di sversamenti: a duecento metri da via Ripuaria, c’è via Bologna, dove qualche anno fa restò accecato Mario Tamburrino, un autotrasportatore che dal nord Italia veniva a sversare materiale tossico per conto di alcune aziende dell’alta Italia. Nacque un’indagine che svelò il business degli scarichi a pagamento, quelli della Campania pattumiera nazionale. Un po’ più avanti c’è l’impianto di smaltimento di Sette Cainati, poi la discarica di Masseria del Pozzo, e ben altri tre invasi aperti a metà degli anni Novanta dal prefetto sull’onda delle emergenze di sempre; ultimi monumenti ai rifiuti si trovano sempre nelle vicinanze in località Cava Giuliani (impianto fos) e Resit uno e due, dove vengono incenerite le ecoballe. «Ne abbiamo troppi – spiegano il consigliere Fi Francesco Guarino, il responsabile di Legambiente Raffaele Del Giudice – due anni fa ci avevano detto che quest’area non sarebbe stata interessata da altri sversamenti». Chiede una politica di ampio respiro il deputato Antonio Iodice, mentre il senatore Nello Palumbo ricorda gli impegni presi da prefetto e istituzioni fino a due anni fa.


LEANDRO DEL GAUDIO





IL MATTINO 20 LUGLIO 2006

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