Docenti abilitati in Romania non possono insegnare in Italia, scattano i licenziamenti

Rosaria, ha 47 anni, è di San Giorgio a Cremano, il 22 marzo scorso ha concluso la prova concorsuale per le classi di concorso di Inglese e Spagnolo. Esame superato anche se ancora non è stata pubblica la graduatoria. Appena pochi giorni dopo, il 2 aprile, la doccia fredda. Una nota del Dipartimento per il sistema educativo d’istruzione e formazione del Miur, diretto da Maria Assunta Palermo, ha di fatto escluso non solo dalle prove concorsuali ma anche dall’insegnamento quella pattuglia di docenti, si parla di circa 7000 persone, 2000 delle quali della Campania, che hanno conseguito l’abilitazione (necessaria per partecipare ai concorsi) in Romania. Un percorso di formazione articolato, riconosciuto in tutta Europa, carente, invece, per l’Italia. Eppure questi docenti prima di poter frequentare i corsi di abilitazione all’insegnamento in Romania devono far valere il loro titolo di studio universitario nel Paese ospitante e poi, solo dopo aver avuto il via libera, possono partecipare ai corsi. La macchina dei ricorsi si è già messa in moto e in molti si sono rivolti all’avvocato Guido Marone (è di Napoli), non solo gli esclusi campani ma anche prof di altre regioni. «Il provvedimento – spiega il legale – adottato dal Miur è evidentemente frettoloso, ed intempestivo, oltre che chiaramente immotivato». I docenti – aggiunge – la cui laurea è stata regolarmente riconosciuta in Romania prima dell’inizio del corso di abilitazione, hanno acquisito tutte le necessarie conoscenze, così come richiesto dal Ministero italiano. «Pertanto – conclude – difenderemo la posizione dei docenti abilitati in Romania nelle opportune sedi giudiziarie, confidando di ottenere il medesimo successo conseguito per i docenti abilitati in Spagna per i quali il Miur, dopo le vittorie giudiziarie, sta procedendo ad omologare il titolo conseguito all’estero, così come la normativa europea prevede».

Nell’avviso il Miur afferma di aver richiesto specifico parere di merito al Cimea chiarendo che «… la qualifica attestata dal Ministero rumeno agli italiani ad esito di apposito corso di formazione psicopedagogica “Adeverinta”, è condizione necessaria ma non sufficiente al fine dell’esercizio della professione di insegnante…”». Inoltre – si legge ancora nell’avviso «… i titoli denominati “Programului de studii psihopedagogice, Nivelul I e Nivelul II” conseguiti dai cittadini italiani in Romania non soddisfano i requisiti giuridici per il riconoscimento della qualifica professionale di docente ai sensi della Direttiva 2005/36/CE …». Sul fronte dell’abilitazione per il sostegno il Miur precisa che sia la legge di istruzione nazionale rumena numero 1/2011 sia la nota esplicativa del Ministero dell’educazione nazionale rumeno, chiariscono che tale insegnamento rientra in Romania nell’ambito dell’educazione speciale in apposite scuole speciali e non nelle classi comuni come avviene in Italia. Non vi è pertanto corrispondenza con l’ordinamento scolastico italiano» anche se ora pure in Romania si sta applicando il metodo italiano.
Rosaria è una di queste docenti esclusi. Da San Giorgio a Cremano dopo essersi laureata in lingue (inglese e spagnolo) alla prestigiosa Orientale si è spostata nella capitale dove, ha intrapreso questo percorso. Prima supplenze, poi le graduatorie d’istituto (terza fascia), infine il concorso. Ora insegna spagnolo in una scuola secondaria di primo grado in una zona periferica della capitale. E il suo futuro è bloccato. Dall’Ufficio scolastico regionale del Lazio non ha ricevuto nessuna comunicazione. Ma sa per certo che verrà esclusa dalla graduatoria di merito del concorso. «Ho studiato tanto e questo è risultato – racconta Rosaria – vorrei capire se siamo o no cittadini europei, se il titolo di laurea vale o no all’estero, se i corsi che vengono svolti negli stati membri della comunità europea hanno diritto ad essere riconosciuti perchè in questa vicenda di Europa c’è poco o niente». Cosa viene contestato? «I percorsi formativi effettuati – aggiunge – non vengono considerati sufficienti». Tutti coloro dunque che hanno effettuato quello che in Italia si chiama Tirocinio Formativo Attivo (Tfa) non verranno tenuti in considerazione.

Una vera e propria batosta. Per il Miur non sono validi. «Il riconoscimento della professione di docente – si legge nella nota del Miur – non è coperto dal regime di riconoscimento automatico ma da quello del sistema generale che prevede la formazione attraverso l’analisi comparata di percorsi formativi previsti nei due Stati membri coinvolti». La querelle in realtà non è nuova. È già accaduto con chi in passato è volato in Spagna per conseguire l’abilitazione. Le storie si moltiplicano. Paola, 36 anni, insegnante di educazione fisica in un liceo del Veneto, ha avuto la comunicazione dell’esclusione da qualsiasi graduatoria due giorni dopo l’avviso del Miur. La direzione scolastica regionale della Lombardia ha prontamente mandato la comunicazione. E Paola ha avuto solo una settimana di tempo per rispondere con delle controdeduzioni alla comunicazione poi arriverà il ricorso. «Ho fatto il concorso nel 2018 – racconta – ho anche preso un ottimo voto e sono in graduatoria, ora insegno con un contratto a termine in un liceo in attesa di essere chiamata e il punto è che non mi chiameranno visto quanto ha deciso il Miur, che ha cancellato tutto con un colpo di spugna senza mai rispondere alla mia domanda di omologazione del titolo abilitante. È una grande ingiustizia ma non mi arrendo».
Claudio, invece, è un ingegnere, siciliano trapiantato a Torino ed insegna matematica. «È un danno enorme per me – racconta – sono stato ammesso al concorso con riserva ma sono al mio terzo anno di Fit, a giugno c’è la valutazione e a settembre l’immissione in ruolo. Ora dovrei parlare al passato ma non demordo, deve essere fatta giustizia, questa esclusione è una follia, nessuno di noi la merita e nessuno ha comprato, sia chiaro, un titolo abilitante». Ma non tutti, purtroppo la pensano così.