Continuano le accuse tra i membri della famiglia del piccolo Eitan, l’unico superstite della tragedia del Mottarone. Sembra che l’11 settembre il nonno del bambino, Shmuel Peleg, sia andato all’ospedale dove Eitan era ricoverato e l’avrebbe rapito.

La denuncia di rapimento da parte degli zii di Eitan

Il bimbo dopo la tragedia che lo ha lasciato senza i genitori, il fratellino e i bisnonni, era stato affidato alla zia paterna Aya Biran. Residente nella provincia di Pavia insieme al marito e alle figlie. Quando la donna e il marito sabato sono andati in ospedale e non hanno trovato il bambino hanno immediatamente denunciato il presunto rapimento.

L’unità speciale 433, un ramo della polizia israeliana, si è mossa immediatamente alla notizia, arrestando il nonno. Pare che Shmuel Peleg abbia collaborato durante l’interrogatorio delle forze dell’ordine affermando che il trasferimento del bambino sia avvenuto in modo del tutto legale.

Continua l’inchiesta da parte della polizia israeliana

“L’inchiesta continua” ha annunciato la polizia israeliana. Inseguito alla breve dichiarazione rilasciata dopo l’interrogatorio di Shmuel Peleg, in cui in effetti non viene direttamente nominato il sospettato. Sospettata anche l’ex moglie di Peleg ,Etty, accusata di aver aiutato l’uomo nel rapimento del bambino.

La donna in un’intervista alla radio israeliana ha dichiarato: le condizioni di Eitan sono pessime“. Continua poi affermando: “Ora finalmente, dopo 4 mesi, i medici vedranno cosa gli è accaduto. In tutto questo tempo non ho visto alcun medico. Per quattro mesi hanno impedito a me e a Shmuel di consultarci con medici e psicologi“.

Lo zio di Eitan continua con le accuse contro Peleg

Ma lo zio di Eitan ,Or Nirko, il marito di Aya Biran accusa i due anziani: “La famiglia Peleg detiene Eitan come i prigionieri nella prigione di Hamas. Ancora poi ribatte: “rifiutano di dire dove si trova il bambino. Lo nascondono in una specie di buco“.

Parole di rassicurazione da parte dell’ambasciatore

Al momento sembra che Peleg sia agli “arresti domiciliari”, in modo che sia a disposizione della polizia locare. Conclude poi l’anbasciatore israeliano che si trova in Italia: “Il caso del piccolo, è stato il momento più duro del mio incarico da diplomatico. Il pensiero del piccolo Eitan rimasto solo, unico a sopravvivere e senza i genitori, mi ha scosso profondamente”.

“Stiamo seguendo le famiglie, non posso entrare nei dettagli” continua il diplomatico “ma posso garantire che Israele è uno Stato di diritto che si sta occupando di questa vicenda. Israele non è una giungla. La mia speranza è che si trovi una soluzione che faccia stare bene tutti e specialmente Eitan: ha sofferto già troppo”

 

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