Torna a piede libero Vittorio Porcini, il sostituto commissario da marzo scorso ai domiciliari perchè indagato nell’inchiesta relativa a corruzione e tangenti nell’ambito dei prodotti petroliferi di Napoli est. Il sostituto commissario, considerato da tutti un baluardo nella lotta contro i clan di Ponticelli e dell’area est, ha deciso di patteggiare una condanna a un anno e dieci mesi e già da qualche giorno ha lasciato i domiciliari. A convincere il gip le argomentazioni del legale di Porcini, l’abile avvocato Giovanni Abet, che è riuscito ad ottenere che l’accusa per il suo assistito passasse da corruzione di pubblico ufficiale a corruzione per esercizio della funzione. Scongiurata dunque l’eventualità di un processo che avrebbe potuto comportare una condanna ben più pesante. Nelle scorse ore inoltre è tornato in libertà un altro dei destinatari della misura cautelare, il 34enne di Giugliano Giuseppe Auletta, ritenuto il prestanome di Giuseppe Savino. Savino, attualmente latitante, è ritenuto elemento di spicco del clan Formicola. A far decidere per la scarcerazione di Auletta le tesi argomentative dei suoi legali, i bravi avvocati Andrea Giovine e Maria Padovani.

La tesi dell’accusa: i rapporti tra Porcini e Abbate

Porcini era rimasto coinvolto nel maxi blitz che lo scorso febbraio aveva portato all’esecuzione di 17 misure di custodia cautelare e che aveva svelato un giro di fanghi non trattati immessi in mare attraverso il depuratore di Napoli Est, insieme ad episodi di evasione dell’Iva sul commercio di idrocarburi e di un giro di tangenti. Il tutto con il coinvolgimento di alcuni clan tra cui i Mazzarella. Al centro dell’inchiesta, per la Procura, la società partecipata Sma che si occupa di rifiuti e depurazione e la figura dell’imprenditore Salvatore Abbate (ritenuto dalla procura vicino al clan De Micco). Nell’ordinanza, in particolare, la Procura evidenziava i rapporti tenuti dall’imprenditore con lo stesso Porcini. L’imprenditore, secondo l’accusa, aveva a sua disposizione proprio i rappresentanti delle forze dell’ordine che, in cambio di denaro, lo tutelavano informandolo sulle indagini. Al centro dell’inchiesta figuravano una serie di intercettazioni che per la Procura rappresenterebbero la ‘prova’ dell’illiceità del comportamento del funzionario di polizia. In un’intercettazione viene registrato un dialogo tra Porcini, Abbate e Salvatore Telesco, genero dello stesso Abbate. Secondo l’accusa Porcini in quella circostanza si sarebbe interessato al recupero di un milione di euro dato dai due imprenditori ad Antonio Di Dato e Vittorio Esposito per l’acquisto di una quantità di combustibile di contrabbando.

 

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