Molestie sessuali dal capo, lei si mette in malattia. La Cassazione: «Vietato licenziarla»

Se la lavoratrice si assenta per malattia dopo aver ricevuto molestie sessuali da parte del datore di lavoro, la stessa non può essere licenziata: lo afferma la Corte di Cassazione, che ha dato ragione ad una donna di Roma che era in causa con l’azienda, che l’aveva licenziata per superamento del periodo di comporto, ovvero il limite massimo dei giorni di malattia previsti dal contratto nazionale di lavoro.

Fin da quando aveva iniziato a lavorare, nel 2007, erano iniziate le molestie: lei era l’assistente personale del titolare dell’azienda, una società di servizi di Roma. Lui era arrivato anche a offrirle del denaro in cambio di prestazioni sessuali: molestie andate avanti per sette mesi, finché la donna non è andata al Pronto soccorso per «crisi ipertensive» dovute a uno «stato ansioso». Da lì la denuncia e le ripetute assenze dal lavoro, seguite dall’invito a dare le dimissioni da parte del figlio del titolare.

La donna è stata alla fine licenziata per superamento del periodo di comporto, poiché si era assentata per oltre 180 giorni. Ha quindi fatto causa, chiedendo al giudice di dichiarare che quei giorni di malattia connessi alle molestie non fossero conteggiabili. Sia il tribunale di Roma che la Corte d’Appello le hanno dato ragione e hanno dichiarato illegittimo il licenziamento poiché le assenze derivavano da comportamenti illeciti del datore di lavoro. L’azienda ha presentato ricorso in Cassazion, e anche qui i giudici hanno dato ragione alla donna molestata. I fatti, spiega la Sezione Lavoro (sentenza n. 10722), sono stati adeguatamente esaminati tramite intercettazioni ambientali, testimonianze e i referti del Pronto Soccorso.