“Per quello che hai fatto, qui ci devi morire”, detenuti arrestati per reati sessuali umiliati e picchiati in carcere

Gli ordini partivano dal carcere

Sei agenti di polizia penitenziaria in servizio al Lorusso e Cutugno sono stati arrestati dai colleghi del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria. Secondo la procura, avrebbero abusato dei loro poteri per punire alcuni detenuti. Gli episodi sono avvenuti tra aprile 2017 e novembre 2018. L’indagine è scaturita da una segnalazione del Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino, che aveva saputo di quegli episodi da un detenuto durante un colloquio in carcere.

C’è anche un sannita tra i sei agenti della polizia penitenziaria arrestati giovedi scorso – sono tutti ai domiciliari – in un’indagine su numerosi e gravi episodi di violenza che sarebbero stati commessi nel carcere di Torino tra l’aprile 2017 e il novembre 2018 ai danni di detenuti per reati sessuali.

Tutte le «persone offese» individuate dagli inquirenti sono recluse per vicende a sfondo sessuale e «non è un mistero per nessuno — viene spiegato in ambienti vicini all’inchiesta — che all’interno delle carceri storie come queste destino una certa ostilità: ma qui parliamo di comportamenti ricorrenti».

Nell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Enrica Gabetta e dal pm Francesco Pelosi emergono svariati episodi di violenza, anche psicologica. Bersagli erano i detenuti per reati sessuali. Oltre a schiaffi, pugni e calci, gli agenti arrestati hanno usato violenza psicologica. Come quando hanno costretto un detenuto a ripetere «sono un pezzo di m….», oppure quando hanno ripetuto a un altro carcerato che avrebbe dovuto impiccarsi.

– C’è chi era costretto a ripetere in continuazione «sono un pezzo di m…» e chi veniva obbligato a spogliarsi e a subire in silenzio violenze di ogni tipo: schiaffi, calci, pugni. E poi minacce, minacce di continuo: «Tu adesso devi firmare un foglio, dove dici che sei un figlio di p…, altrimenti prendi il resto». E ancora: «Per quello che hai fatto, tu qui ci devi morire. Ti renderemo la vita molto dura, te la faremo pagare, ti faremo passare la voglia di stare qui dentro».

Senza materasso

C’è poi la storia del recluso lasciato senza materasso e costretto a dormire su una lastra di metallo. Quella di chi ci ha rimesso un dente. E quella di chi è stato costretto a denudarsi o è stato messo faccia al muro e preso a pugni nella schiena. E poi, ancora, c’è l’episodio degli agenti che «ridevano» mentre un detenuto in attesa di un trattamento sanitario obbligatorio urlava di dolore per le botte. «Cure» alle quali erano sottoposti italiani e stranieri, senza distinzioni. E che a volte cominciavano subito dopo l’arrivo alle Vallette.

Denudati e colpiti nelle parti intime

I reclusi venivano «battezzati» immediatamente. Il messaggio era chiaro fin da subito: «Ti renderemo la vita molto dura, ti faremo passare la voglia di stare qua dentro». E poi, da quel momento, erano botte e perquisizioni arbitrarie delle celle, fino a distruggere gli effetti personali o a imbrattare le lenzuola e i vestiti con il detersivo per i piatti. I detenuti hanno raccontato di come gli agenti li portassero in aree discrete, senza telecamere: dopo essere stati costretti a denudarsi, venivano colpiti nelle parti intime o sul costato. «Vivevo con l’ansia di incontrarli», ha ammesso uno di loro. Nell’ordinanza di custodia cautelare depositata in cancelleria, il gip Sara Perlo scrive che gli agenti si sono comportati con «spudorato menefreghismo e senso di superiorità verso le regole del loro pubblico ufficio», dimostrando di «non credere nell’istituzione di cui fanno parte».

In un’altra occasione un recluso in attesa di un Tso sarebbe stato chiuso in uno stanzino e malmenato mentre gli agenti “ridevano”. Gli agenti indagati si sono comportati con “spudorato menefreghismo e senso di superiorità verso le regole del loro pubblico ufficio”, dimostrando di “non credere nell’istituzione di cui fanno parte”, si legge nell’ordinanza di custodia spiccata dal gip.