Alla Feltrinelli: «Nu cielo piccerillo. Canzoniere di una vita»

Il poeta e canzoniere Salvatore Palomba. Sullo sfondo la copertina del suo nuovo libro

Esce «Nu cielo piccerillo. Canzoniere di una vita» il nuovo libro di Salvatore Palomba, poeta e autore di celebri canzoni partenopee, tra cui “Carmela” il grande successo del maestro Sergio Bruni, al quale la città natale, Villaricca, dedica un prestigioso premio (Premio Villaricca Sergio Bruni) giunto quest’anno alla sesta edizione, di cui Palomba è presidente della giuria. Il libro verrà presentato venerdì alle 18 alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri a Napoli da Pietro Gargano e Sivlio Perrella. Qui anticipiamo l’introduzione di Perrella tratta dal Mattino del 24 novembre scorso.

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Salvatore Palomba non scrive mai un verso a caso. Se è proprio necessario, allora scrive, altrimenti preferisce il silenzio. È questa la regola implicita del libro che ci accingiamo a leggere; il libro di un’intera vita, scandito in sette parti ideali, ognuna delle quali è introdotta da brevi testi in prosa di tipo autobiografico (un’autobiografia sommessa e discreta). Il poeta si racconta: dice con esattezza dov’è nato e quali difficoltà ha incontrato nel vivere. Lo dice con nettezza e senza sentimentalismi; il suo intento è di depositare sulla pagina i sentimenti che lo hanno reso l’uomo che è. Ogni poesia è simile a uno dei cerchi concentrici che innervano il tronco degli alberi. Palomba taglia la sua vita a fette e ce la fa vedere, strato dopo strato. La Napoli della sua infanzia e giovinezza è una città povera, fatta di vicoli stretti e scuri, dove emergono alcune figure di donne, come la Carmela che Sergio Bruni intonandola con la sua voce ha reso celebre. Ma il vicolo ha tutt’attorno la città, lasua storia, e soprattutto il mare. L’io biologico di Palomba non dimentica mai la sua dimensione storica. Non la dimentica lui come individuo e spera che non la dimentichi nemmeno la sua città. Ecco perché nella seconda sezione del libro compare una sola poesia. Si tratta di un poemetto in miniatura sulle Quattro giornate di Napoli, un inno alla dignità ritrovata, dopo «cient’anne ’e lazzarune e lazzarunate». Non sempre è necessario sapere con esattezza ciò che sta avvenendo, è la forza dell’istinto che a volte guida sia le persone sia i popoli. E quell’istinto «’O vintotto ’e settembre d’ ’o quarantatré» ai napoletani non mancò. Palomba sente questa poesia come un passaggio obbligato, è per lui il sottotesto di tutte le altre, sia che parlino dell’individuo, sia che alludano alla città. La nascita povera e tribolata s’intreccia indissolubilmente alla nascita della coscienza storica. Non nel senso di una presa di posizione ideologica, bensì nel senso della dimensione civile di chi ha sperimentato in se stesso le difficoltà del vivere e non le ha mai dimenticate. Ecco che cambiano gli scenari del libro: dal vicolo si passa a una strada da «signori»: via Petrarca. È lì che il poeta si trasferisce, da tempo ha un lavoro che gli consente di far vivere sé e la sua famiglia con agio. Ma presto scatta in lui un sentimento di delusione e di estraneità: la sua casa non la sente come veramente propria, è solo un luogo dove abitare, dove arriva con forza e perentorietà un mondo insidioso. Chi gli sta vicino è come se si trasformasse: «Tu nun parle, / nun ride, nun chiagne, / tu nun si’ cchiù tu». Si trasformano i figli, si trasforma la moglie e il poeta stesso sente che «tiempo d’ammore cchiù nun è, / tiempo p’ ’e suonne cchiù nun è». È in questa realtà straniata che s’ispessisce la sensibilità antropologica di Palomba. Ed è questo un aspetto su cui vale la pena di soffermarsi. L’itinerario di Palomba ha una sua prima originalità nella scelta dello strumento linguistico. Sin dall’inizio usa la «lingua napoletana», la usa perché è la sua lingua-madre: ma con quella lingua potrà rappresentare le inquietudini di un uomo pienamente novecentesco? Lui ci prova caparbiamente. E quando la potente tradizione della sua lingua vorrebbe fargli dire ciò che lui non sente più, s’arresta, chiede a gran voce che si levi la maschera, che torni a dire la verità. Ne vien fuori una lotta di grande interesse: è come se la tradizione si purificasse, tornando alle origini di un rapporto stretto e necessario tra parola e cosa. A colpire ancor di più, inoltre, è che Palomba non usi una lingua straniata, non increspi quasi mai la superficie della pagina, non metta in discussione la musicalità, per esempio, di un Salvatore Di Giacomo, come faceva Domenico Rea. Lui ama i valori tonali della sua lingua-madre, ma sta bene attento che non lo portino lontano dalla verità. Ecco che per miracolo – e miracolo è una parola tematica di questo libro – si ricostituisce quell’andirivieni tra parola scritta e vocalità che è sempre stata una delle peculiarità del patrimonio espressivo napoletano. In questo senso, l’incontro con Sergio Bruni è esemplare e segna come un prolungamento insperato di un tempo che sembrava finito per sempre. Bruni desidera scarnificare la tradizione napoletana, fino a farla coincidere con una voce scura e tellurica che sembra uscire direttamente da un antico vulcano; Palomba gli fornisce versi inquieti («ll’anema scuieta»), sempre però alla ricerca di una parola misurata e saggia. Quel che più colpisce, leggendo uno dopo l’altro i versi di Salvatore Palomba, è proprio l’affiorare di una saggezza quasi «antica». È una scoperta nutriente, una scoperta che si fa pian piano, dandosi il tempo di sedimentare la lettura: sedimento di lettura su sedimento di scrittura. Il poeta non è mai sicuro di possedere l’arte che lo salverà dall’inquietudine e dall’estraneità (e in questo senso è significativo lo scambio con Ignazio Buttitta, che lo spinge a un maggiore abbandono, che gli ricorda quanta forza ci sia nel suo linguaggio), ma c’è sempre qualcosa che gli permette di non perdersi del tutto. È qui che scatta il rapporto intimo con la sua città, con Napoli; è qui che si fa evidente la sua capacità di godere di ciò che può offrirgli e che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, è quasi sempre ignorato. Il mare, per esempio. Già da ragazzo è stato il mare a quietarlo, oggi il poeta lo considera «una specie di infinito che si può sfiorare, un mistero buono». E ascoltando la voce del mare che «Cu ’o core sultanto m’ ’a metto a sentì / e pe nu mumento so’ eterno pur’i’». In una poesia così intimamente trafitta dalla temporalità, si tratta di un passaggio importante, dove la storia e i suoi dolori vengono bilanciati dall’ascolto della natura. Ecco il vero approdo di questo libro: la scoperta che la propria città non è solo Storia, c’è anche la possibilità della Natura. È in questa direzione che chi s’«allontana», l’uomo che si trova nell’ultima stagione della vita, prende atto dei propri limiti e li accetta. Ma non si tratta di un’accettazione supina, piuttosto di un sì netto e chiaro detto alla vita: «E pur’io dico sì / senza sapé dico sì». Un sì che non esclude il dolore, che non nasconde quanto sia diventata grigia una città che sa solo morire ogni giorno un po’ di più. Eppure il sì di Palomba è pieno, ben assestato dinanzi alla lingua che usa, alla città nella quale abita, al corpo dentro al quale il tempo biologico lo ha destinato. Il mondo passa davanti al balcone di casa, è un mondo in miniatura, «nu cielo piccerillo». C’è un albero antico con cui si può discorrere, mentre i pensieri si sciolgono e scende nel cuore la pace di chi scorge in un metro quadrato l’intero universo. È la degna conclusione di un racconto in versi che travalica i confini della lingua in cui è scritto e parla a chiunque, qualsiasi sia la latitudine in cui vive. Il poeta si è inabissato nel proprio io e ha trovato il noi. Che l’abbia fatto con l’antica cadenza del napoletano è un ulteriore miracolo.

Silvio Perrella