Omicidio a Sant’Antimo, un vigile fornì l’alibi al killer dei Moccia

Sono state le dichiarazioni di Michele Puzio, ex colonnello dei Moccia, a svelare agli inquirenti mandanti ed esecutori dell’omicidio di Immacolata Capone. La donna pagò con la vita l’esser considerata mandante dell’omicidio del marito Giorgio Salierno, a sua volta fiduciario dei vertici dell’organizzazione. La donne, imprenditrice nel settore movimento terra, uccisa a Sant’Antimo nel 2004. Per quel delitto (e per quelli di Mario Pezzella e Aniello Ambrosio) questa mattina i carabinieri del Ros di Napoli e del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna e gli uomini della squadra mobile di Napoli hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse, nell’ambito delle indagini svolte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, dal gip del tribunale di Napoli. Puzio ha svelato il contesto in cui maturò il delitto spiegando al procuratore aggiunto Rosa Volpe come e perchè la Capone fu condannata a morte. Il gip ha ritenuto l’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza, per il concorso materiale o morale nell’omicidio, nei confronti di altri appartenenti apicali del clan Moccia, Filippo Iazzetta, Francesco Favella e Giuseppe Angelino.

Imma Capone uccisa in una polleria a Sant’Antimo

«L’omicidio è stato commesso perché la donna era ritenuta la mandante dell’omicidio di suo marito Giorgio. Su quest’omicidio però dopo ho saputo un’altra cosa. L’omicidio di Imma Capone è stato commesso da me e (omissis), e fu preceduto da un primo tentativo non andato a buon fine». Un appuntamento solo rimandato:«A Sant’Antimo notammo la sua auto in una traversa. Scesi e notai Imma Capone che usciva dal bar con un signore. Io la conoscevo perché era un’imprenditrice e ci ave va fatto fare qualche estorsione, ci indicava i cantieri dove poterle fare. Uscita dal bar, le andai incontro sparandole addosso ma
senza colpirla. Si rifugiò in una polleria e lì le sparai. Nel correrle dietro persi il cappellino che indossavo». Proprio questo particolare, ha spiegato Puzio, allarmò i vertici del clan che temevano che il suo uomo potesse essere identificato.

Un vigile fornì l’alibi a Puzio

Dopo 4-5 giorni mi sono incontrato con Filippo Iazzetta anch’egli preoccupato per il capellino che avevo perso. Iniziai a pensare come potermi trovare un alibi. Mi sono pertanto incontrato con un vigile urbano, tale…., tramite ……, fratello del titolare di un’agenzia di pompe funebri ad Afragola. Non conoscevo il vigile prima di incontrarlo a casa di Antonio Maldarelli. Il vigile munito di blocchetto per le multe e mi chiese cosa mi occorresse. Gli dissi che mi serviva una contravvenzione per un’infrazione commessa a Casoria, alle 17,15 circa, del giorno dell’omicidio Capone. Indicai però solo il giorno di mio interesse. Il vigile compilò il verbale e me ne diede una copia dopo la mia sottoscrizione».

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