Processo Cerciello, il collega parla della tragica notte: “Mostrammo il distintivo”

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Processo per l'omicidio di Rega Cerciello

Quando abbiamo visto i due abbiamo attraversato la strada e gli siamo andati incontro. Ci siamo avvicinati e abbiamo tirato fuori il tesserino e ci siamo qualificati dicendo ‘carabinieri’. Eravamo a circa 3-4 metri. Poi abbiamo riposto i tesserini e ci siamo avvicinati per essere a mani libere“. Lo ha detto in aula Andrea Varriale, collega di Mario Cerciello Rega morto dopo le coltellate inferte da Finnegan Elder nella notte del 26 luglio 2019.

Varriale ha parlato nel Tribunale di Roma nel corso della nuova udienza del processo che vede imputato anche il californiano Gabriel Natale Hjorth. Ha anche ricostruito le fasi della colluttazione rispondendo alle domande del difensore di Hjorth nel corso del controesame. Il carabiniere sostiene che sia lui che Cerciello avevano la placca nella tasca dove è stata riposta dopo essere stata esibita. “Noi li abbiamo individuati, ci siamo qualificati ci siamo avvicinati“.

Il collega di Cerciello ha ribadito che la decisione di non portare l’arma quella sera è stata una responsabilità esclusivamente mia“. Il carabiniere ha detto anche che nel turno precedente in zona Termini portavano la pistola perché: “La riteniamo una zona pericolosa. C’è una circolare interna che prevede che la pistola vada portata addosso e non in borselli“.

PARTICOLARI SUL PROCESSO CERCIELLO

La scorsa settimana emersero nuovi particolari dal processo in corso di svolgimento per l’omicidio di Cerciello Rega. Mi hanno menato di brutto alla stazione e mi hanno detto che mi avrebbero dato quarant’anni se non gli davo la password del mio telefono, e quindi, non so se (in qualche modo hanno trovato/hanno fatto in modo di trovare) qualcosa contro di me lì dentro“. E’ quanto affermò Finnegan Elder Lee parlando con il padre e il suo legale americano il 2 agosto scorso nel carcere di Regina Coeli. “Mi hanno buttato a terra, mi hanno dato calci – si legge nella intercettazione – pugni, mi sono saliti sopra, mi hanno sputato addosso“.

L’intercettazione è stata oggetto di perizia su disposizione della Corte d’Assise. Proprio Hjorth era stato fotografato a capo chino, ammanettato dietro alla schiena, con un foulard stretto intorno agli occhi che gli impediva la vista.

 

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