Melito. Vittima innocente di camorra, 25 anni fa moriva Rosario Mauriello

Dopo anni di silenzio, la verità rende giustizia a Rosario Mauriello, 21enne riconosciuto come vittima innocente di camorra solo grazie alla testimonianza di Maurizio Prestieri, collaboratore di giustizia e braccio destro di Paolo Di Lauro, in una lunga intervista rilasciata a Roberto Saviano. Ci sono voluti oltre 20 anni per riconoscere l’estraneità di Rosario a ogni ambito più buio della realtà dell’hinterland napoletano. Dalle rivelazioni molto è cambiato: il velo del dubbio – di una sparuta minoranza in realtà – è stato finalmente squarciato.

Sono trascorsi 25 anni da quella maledetta mattina del 1994, ma nella comunità melitese è ancora vivo il ricordo di un’ingiustizia inspiegabile, della rabbia per una giovane vita strappata via da un errore, dalla malvagità degli uomini, da una stretta di mano.

“Omicidio di Camorra a Melito ” titolarono i giornali, attribuendo al giovane appartenenze a lui estranee; un’estraneità ribadita più volte dalla famiglia e dalle persone a lui vicine. Oggi, il ricordo di Rosario è vivo: in molti lo ricordano sui social in una data stampata nel cuore e nella mente di chi lo ha conosciuto e tante sono state le iniziative, anche silenziose nel rispetto del dolore della famiglia, nate per tenere vivo il suo ricordo. Nel 2017, con delibera di giunta, l’amministrazione guidata dal sindaco Antonio Amente decise di intitolare la villa comunale alla giovane vittima innocente di camorra.

Era l’11 gennaio del 1994 quando, a poca distanza dalle scale di via Don Raffaele Abete, una strada centrale e molto frequentata della città, i killer entrarono in azione su una segnalazione sbagliata dello specchiettista di turno.

Nell’intervista rilasciata a Roberto Saviano, e trasmessa sul Nove, il ‘pentito’ ha raccontato come si svolse quell’agguato, confermando che Mauriello, quel giorno, fu vittima di un errore del complice. Mauriello morì per una stretta di mano alla persona sbagliata.
“Il ragazzo fu ammazzato per errore perché dovevamo uccidere un altro giovane che dava fastidio ai cantieri delle famiglie a Marano. Noi killer non conoscevamo la vittima e ce la doveva indicare il nipote di un imprenditore della zona. Il segnale per far partire l’omicidio era la stretta di mano, ma il ragazzo diede la mano alla persona sbagliata così uccidemmo un innocente. Mentre la vittima era a terra ancora in vita il ragazzo gridava ‘No, no’ però a quel punto i killer lo finirono lo stesso. La cosa che mi ha colpito di questa storia più di tutto è che la mamma di questo ragazzo andò in tutte le trasmissioni per dire che il figlio non era camorrista ma nessuno la credeva”.