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venerdì, Maggio 20, 2022
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Di Lauro libero, il ministro invia gli ispettori


Libero per quindici righe mancanti. Proprio quelle quindici righe sui «gravi indizi di colpevolezza», che servono a tracciare il profilo personale di una persona che finisce in manette. Tanto è bastato a consegnare libertà di movimento a Vincenzo Di Lauro (difeso dal penalista Vittorio Giaquinto), boss dell’omonimo clan di Secondigliano, recentemente condannato ad otto anni di cella. Un «copia e incolla» troppo precipitoso nel passaggio degli atti dalla camera di consiglio della quarta sezione penale alla cancelleria del Tribunale, o un guasto nella macchina fotocopiatrice: questi i possibili intoppi che hanno garantito la scarcerazione del figlio del boss del contrabbando e del narcotraffico, il famigerato Paolo Di Lauro. Un giallo – quello della pagina mancante – che ha fatto scattare immediate contromosse. È di ieri mattina infatti la decisione del ministro di Giustizia Clemente Mastella di disporre un’immediata ispezione nel distretto giudiziario napoletano. Il guardasigilli ha deciso di mobilitare gli ispettori di Arcibaldo Miller, «considerata la gravità della vicenda nei termini riportati dai giornali», e ha disposto che gli accertamenti dovranno essere compiuti tramite la Procura Generale della Repubblica di Napoli. Una scarcerazione che segue quella di altri nomi eccellenti della camorra di Secondigliano, in uno scenario che ritrova gli esponenti dei clan Di Lauro e dei cosiddetti scissionisti, due cartelli che tra il 2004 e il 2005 hanno dato vita ad una faida con più di 57 omicidi, tra cui anche vittime innocenti. Prima di Vincenzo Di Lauro erano infatti tornati liberi Raffaele Amato, boss dei cosiddetti «spagnoli» libero per decorrenza termini e Giacomo Migliaccio, scarcerato invece per motivi di salute, proprio a pochi giorni dal duplice omicidio dei fratelli Ciro e Domenico Girardi (a capo di una piazza di spaccio per conto dei Di Lauro). Un caso che provoca reazioni differenti. Secondo i giudici della quarta sezione penale, l’errore nasce dalla carenza di mezzi e strutture che grava sugli uffici giudiziari di Napoli, ipotesi che trova concorde anche il segretario dell’Anm Silvana Sica. Diversa la replica dei pm. «Sprecati mesi di lavoro, ora bisogna riarrestarlo», è il commento della Dda di Napoli, pool della Procura di Giovandomenico Lepore, guidato dall’aggiunto Franco Roberti. Rabbia che non dà però adito a rassegnazione, come appare evidente anche dalla ricostruzione della frenetica mattinata di martedì. Sono le 12,29 quando Vincenzo Di Lauro lascia la cella. Trenta minuti dopo, i carabinieri avevano già circondato la zona, ma nonostante il massiccio dispiegamento di uomini, nessuna traccia del napoletano. Stando ad indiscrezioni, il 34enne figlio del famigerato «Ciruzzo ’o milionario» (condannato recentemente a 30 anni) era atteso da due auto, che lo hanno scortato probabilmente all’estero. Nel frattempo, meno di un’ora dopo era stato già emesso un nuovo mandato di cattura dalla quarta penale (con la pagina che mancava) che rende oggi Vincenzo Di Lauro formalmente irreperibile. Una corsa contro il tempo che non elimina però una serie di dubbi. Come la mancanza di coordinamento tra uffici giudiziari e forze dell’ordine, visto che chi è imputato per reati di mafia è tenuto a presentarsi alla polizia giudiziaria per la firma del registro di sorveglianza speciale, un espediente che in questo caso avrebbe potuto trattenere in commissariato il boss di Secondigliano il tempo necessario per l’arresto bis. Questioni destinate a finire sul tavolo di Arcibaldo Miller.


LEANDRO DEL GAUDIO





Vizio di forma: tre casi in pochi mesi



di GIGI DI FIORE



Tre casi, tre capi camorra scarcerati. Nel giro di pochi mesi e tutti nel Tribunale napoletano. Dopo aver letto i titoli dei quotidiani su Vincenzo Di Lauro, il ministro Clemente Mastella ha convocato subito il capo degli ispettori Arcibaldo Miller. E gli ha affidato la nuova patata bollente. «Mi sembra strano che certi casi si ripetano, occorre un nostro sforzo particolare di attenzione per capire», il discorso del ministro. Di certo, gli uffici giudiziari napoletani, con le vicende dei magistrati comparsi nell’inchiesta Moggi, sono in cima all’agenda dell’Ispettorato generale. Napoli dà molto lavoro agli uffici. È ancora in rifinitura la relazione sull’ampia ispezione in Procura. Di pari passo, l’ispettore Leo Agueci ha già raccolto le prime informazioni sulle tre scarcerazioni che hanno fatto notizia: quella del capoclan di Bagnoli, Paolo Sorprendente, avvenuta nell’aprile 2004; del leader del clan degli scissionisti di Scampia, Raffaele Amato, libero da un mese; del figlio di Paolo Di Lauro, Vincenzo, latitante da due giorni. Le tre vicende, all’apparenza staccate tra loro, sembrano avere un filo comune: dimostrano le difficoltà di funzionamento degli uffici giudicanti, ancora in attesa del presidente effettivo. Ed è su questa traccia che lavora l’ispettore Agueci, su delega di Miller. Le prime conclusioni arriveranno già la prossima settimana: riguarderanno la scarcerazione di Sorprendente, riarrestato a marzo scorso, per decorrenza dei termini dopo la condanna a dieci anni di reclusione. Una vicenda che si intreccia con gli episodi al centro del lavoro ispettivo sulla Procura. È il pm Giovanni Corona, infatti, a ricorrere al Riesame contro la scarcerazione. Ottiene ragione, ma la difesa deposita un ulteriore ricorso per la Cassazione. Un atto che non parte mai per Roma. Un mistero, che coinvolge il lavoro della cancelleria e dei magistrati della quinta sezione penale che disposero la liberazione del boss. Per Amato, tra richiesta di rinvio a giudizio e udienza preliminare, si consumano due settimane fatali: portano alla decorrenza dei termini di custodia cautelare. E alla liberazione del boss, tra i capi del clan ora egemone a Scampia, che sembra sia già in Spagna. Cosa è avvenuto nei passaggi informatici, nelle registrazioni dei fascicoli? Dove si imballa il sistema, che dovrebbe tenere sempre in evidenza i termini di decorrenza delle carcerazioni? Di solito, la Procura ricorre ad un collaudato escamotage per evitare le liberazioni: un nuovo fermo notificato con il provvedimento di scarcerazione. Nel caso di Vincenzo Di Lauro, il fax del nuovo fermo è arrivato a Torino in ritardo. Coincidenze, fatalità. Restano le tre scarcerazioni. E il ministro, oltretutto campano, per tutte chiede di far presto. E di capire.




IL MATTINO 8 GIUGNO 2006

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