Camorra a S.Giorgio a Cremano, stangata in appello per il clan Troia

Un vero e proprio gruppo criminale che voleva farsi spazio a suon di bombe nel vasto territorio di San Giorgio a Cremano. Questo era il clan Troia contro cui, questa mattina, sono piovute le condanne d’appello. In primo grado per 21 imputati erano arrivati circa 200 anni di reclusione. Alleati con i Mazzarella nella guerra contro gli Abate, i Troia hanno visto infliggersi secoli di reclusione. Condanna confermata per Concetta Aprea. Due anni e otto mesi sono stati invece stabiliti per Bruno Bisignano, 8 anni e 11 mesi per Marcello Carrotta mentre per Luigi Castellano 2 anni e 8 mesi. E ancora 9 e 10 anni rispettivamente per Ciro D’Amato e Giovanni De Ponte, sei anni per Marco Gallifuoco.

Immacolata Iattarelli condannata a 20 anni

Per ‘lady camorra’ Immacolata Iattarelli confermata la condanna di primo grado (20 anni). Gaetano Montella ha rimediato 9 anni e 4 mesi (pena dimezzata rispetto al primo grado), 10 anni per Salvatore Siano mentre per il collaboratore di giustizia Alfredo Troia 6anni e 4 mesi. Pena dimezzata per Danilo Troia, difeso dal legale Domenico Dello Iacono, che grazie all’esclusione dell’accusa di capo e promotore, oltre che dell’aggravante dell’articolo 7, ha rimediato 10 anni di reclusione a fronte dei 20 incassati nel primo grado di giudizio. Condanne invece confermate per Francesco e Vincenzo (classe 1979) Troia, entrambi a 20 anni. Confermata anche la pena di primo grado(12 anni) per Vincenzo Troia (classe 93). Nel collegio difensivo gli avvocati Leopoldo Perone, Carlo Ercolino, Francesca Migliaccio, Antonio Sorbilli, Gilda Fracciolla, Emilio Coppola, Dario Cuomo, Vittorio Maione, Francesco Lubrano, Paolo Toscano, Giuseppe Tessitore e Antonio Gallo.

L’origine del clan Troia

Un clan nato come ‘costola’ della cosca dei ‘cavallari’, quella della famiglia Abate. Un gruppo che da minoritario è riuscito in poco tempo ad estendere il proprio dominio su tutta San Giorgio a Cremano. E’ questa la storia del clan Troia raccontata nelle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare a carico di presunti capi e gregari del sodalizio capace di dar vita ad una vera e propria ‘scissione in salsa vesuviana’. Un sogno di dominio voluto fortemente da Vincenzo Troia, leader indiscusso del gruppo. Quest’ultimo, figlio di Ciro Troia, detto ‘Gelsomino’, all’indomani della propria scarcerazione decide di dissociarsi dalle scelte criminali del padre e di imporre la supremazia della propria famiglia nelle attività illecite di S. Giorgio a Cremano. Lo scisma criminale delineatosi all’interno del gruppo Abate rinviene la propria causa, secondo quanto riferito da collaboratori di giustizia, nel contegno dei reggenti del clan, insensibili sia delle esigenze economiche degli adepti, ai quali la paga era corrisposta sempre in ritardo ed in misura esigua, sia delle famiglie dei detenuti, cui non era versata la mesata promessa.

La ‘scissione’ nata in carcere

E’ in carcere dunque che Troia comincia a manifestare i primi malumori per il comportamento di chi sta fuori: una scelta di potere che ricorda quanto accadde trent’anni fa con Raffaele Cutolo. Tra coloro che hanno confermato la ‘scelta di campo’ di Vincenzo Troia c’è il collaboratore di giustizia Giuseppe Manco, ex affiliato agli Aprea di Barra:«Il clan Aprea aveva stretti contatti con la famiglia Abate di S. Giorgio a Cremano. Ultimamente questo gruppo criminale era però in forti difficoltà a seguito dei vari arresti subiti ed anche perché all’interno erano sorti dei contrasti tra i fratelli Abate ed i figli di ‘Gelsomino’ che volevano emergere e assumere direttamente ruoli più importanti all’interno di quella famiglia. Del clan Abate fanno parte anche il predetto Giacomino Troia ed i figli Vincenzo e
Francesco. Nel 2008 il Troia Francesco si è separato dalla moglie e di conseguenza si è
allontanato anche dal clan Aprea. Io conoscevo Gelsomino Troia ed i figli Francesco e
Vincenzo».

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