HomeVarieQualiano e le sue radici tra storia, cultura e tradizione

Qualiano e le sue radici tra storia, cultura e tradizione

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Vox populi, vox dei signori, stavolta si parte dal basso. In principio era il Verbo ed il Verbo non era che lei, la Festa patronale di Santo Stefano protomartire, patrono del paese, e della compatrona Madonna delle Grazie. A cavallo tra agosto e settembre Qualiano viveva il momento clou dell’anno, quello che molti attendevano un anno intero. Come il Natale in famiglia, la Pasqua dei ‘fujenti’ e la bella stagione, l’Estate dei bagni a Varcaturo. Una settimana di festeggiamenti che aveva un suo valore storico, culturale e tradizionale alla base di tutto, ovvero la volontà dei contadini di ringraziare i protettori per l’abbondanza del raccolto al termine del ciclo agrario in un periodo che non corrispondesse con il S. Stefano del calendario.

Chiunque abbia visto almeno una volta sfilare la processione con le statue del Santo e della Madonna lungo le strade cittadine, tra le 6 del pomeriggio fino alla mezzanotte, avrà notato la gente appuntare offerte in danaro sugli abiti dei santi e sui carri. Fede religiosa, guai a pensare altrimenti. Chiunque sia stato in Piazza D’Annunzio ad assistere al Volo dell’Angelo, che inorgogliva la famiglia della bambina scelta, rigorosamente imparruccata di biondo, ha battuto le mani tra le ali di un pubblico strabocchevole e commosso.

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Tradizioni certo, ma dove c’è bagno di folla c’è forza, identità, voglia di essere un corpo ed un’anima, sentirsi uniti nel nome di un intento comune, di una partecipazione che vedeva coinvolto tutto il paese indistintamente. Quando ‘Qualiano era dei qualianesi’ oseremmo dire. Questa comunità, il cui cuore batteva e pulsava, non a caso nel centro storico, viveva uno straordinario momento di unione con tradizioni che si tramandavano da generazione in generazione. Il concertino in piazza, le gare sportive, il ritorno a casa dopo le vacanze o di chi, vivendo altrove, tornava al luogo natale, le bancarelle di via Roma con ogni ben di Dio per bambini e golosi di torrone, granite di limone e zucchero filato. E giostre in posti dove ‘cresceva ancora l’erba’ prima delle colate di cemento degli anni ’80, altro che Magic World e Girabilandia.

Eppoi, per quelli maggiormente legati alla tradizione, la ‘papariata’, il piatto tipico della festa patronale, quello legato alla disumana giostra del ‘cuollo d’o papero’ con cui era nata la festa nel periodo ante guerra. I fuochi pirotecnici finali del martedì sera, che davano il mesto arrivederci all’anno dopo a mò di Olimpiadi della Tradizione, chiudevano la festa. Era ora di ricominciare, di rimboccarsi le maniche.

L’ultima festa patronale risale al 1994, si deduce quindi che i quindicenni di oggi non sanno di cosa stiamo discorrendo, cosa siano questi festeggiamenti. Senza calarsi nei panni del ‘bacchettone moralista’ di turno è lapalissiano che la generazione dei telefonini e dell’i-pod, dei piercing e dei tatuaggi, dei palmari e del ‘vivi veloce’ (discoteche, motorini e pasticche) ignora completamente una parte delle proprie radici accentuando una morte spirituale e vegetale di una zona che nella sua rapida espansione numerica è andata perdendo valori e orgoglio.

Dopo il fiasco del 1993 ci fu un ultimo tentativo l’anno dopo, dilaniato dalle polemiche intestine tra l’allora presidente del comitato dei festeggiamenti, dottor Michele Schiano di Visconti, e il vice parroco Don Michele Mottola. La diatriba nasceva sul senso da dare ad una vera ‘festa patronale’ che diventò un caso politico. Da un lato Mottola, convinto che il comitato dei festeggiamenti non avesse alcun legame con la Chiesa e non sapesse disporre la processione per le vie del paese, provocatoriamente se ne andò ad Assisi proprio nel periodo festivo lanciando strali sugli organizzatori ed insistendo pubblicamente nel non volere luminarie e concerti nel centro cittadino. Dal canto suo Schiano, accusato di usare la carica di presidente come tornaconto politico, divise il programma religioso da quello civile, pare in accordo col parroco Ricciardiello.

Fatto sta che il politico democristiano, facendo appello ad un sentimento popolare, riuscì a portare avanti l’organizzazione e ad avere anche un bilancio in attivo nonostante i 60 milioni di lire spese solo per le luminarie ed il concerto di Eduardo De Crescenzo. Forse quello che mancò all’epoca fu il giusto equilibrio tra tradizione e rinnovamento, tra rispetto delle radici religiose e voglia di divertirsi ed aggregarsi della gente. Se ci fosse stato tutto ciò adesso parleremmo di una continuità che purtroppo si è interrotta come due fidanzati che si dicono ‘addio’ senza spiegarsi i ‘perché’. E, in un paese che ancora oggi non riesce ad offrire attività ricreative di carattere pubblico, questo pesa come un macigno.

Quello che vogliamo cercare di capire oggi è se una festa del genere, con i dovuti accorgimenti, abbia ancora un senso e soprattutto se il popolo la voglia ancora. Se la dimostrazione di fede dei nonni, di tradizioni contadine, di aggregazione, rese moderne dal progresso possano avere un significato. Se ci sono limiti spazio-temporali visto che Qualiano è cresciuta a dismisura proprio negli ultimi 20 anni dando vita a feste rionali quali quella di S.S. Maria del Carmine e quella del Rione Principe (per non parlare delle contigue feste che Villaricca organizza con regolarità a maggio e a settembre).

Soprattutto ci chiediamo, se questo tipo di manifestazioni funzionano alla grande in paesi limitrofi, perché non potrebbero avere una valenza anche qua? Forse siamo diventati improvvisamente superiori a questi ‘rozzi’ e ‘volgari’ giuglianesi, quartesi e santantimesi, tanto per citare i primi che ci vengono in mente? Noi siamo dell’idea che sia fondamentale rispettare la tradizione, opportunamente arricchita con altre attività (gare podistiche, mostre, mercatini del baratto, presentazioni di libri, rappresentazioni teatrali) all’interno della settimana di festeggiamenti, che manifestazioni che usano le statue dei santi come idoli pagani non hanno senso così come siamo certi che fare una festa che non corrisponda alla volontà popolare non abbia successo in un mondo dove i divertimenti, soprattutto per i ragazzi, siano già troppi. L’interrogativo quindi resta, come fare per recuperare il vero valore della festa patronale senza misurare il tutto con uno sfrenato divertimento senza senso?

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