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Un suicidio al quale la famiglia non ha mai creduto chiedendo l’esame autoptico dal quale potrebbe emergere una verità diversa. Sulla morte il 26 giugno scorso di Massimo Melluso, 31enne di Napoli, aleggia secondo i suoi cari un alone di mistero.  Ritrovato impiccato in un capanno di Ventimiglia di Sicilia, la morte è stata definita come conseguenza di un insano gesto .

I dolore della madre e la lettera a Mattarella

I familiari non ci credono chiedendo l’autopsia sul corpo di Massimo. «Era un ragazzo pieno di vita pronto sempre a realizzare i suoi progetti. Per come lo conosciamo noi non avrebbe mai potuto uccidersi» afferma Maria Vicenzino, la madre di Massimo, nel corso di un flash mob in piazza Garibaldi durante il quale è stato esposto lo striscione con su scritto “Giustizia e verità, vogliamo l’autopsia subito”. Lo stato d’animo disperato, il doloro si sono trasformate in parole nella lettera inviata alle varie autorità tra cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella da parte di mamma Vincenza. “La Procura di Ventimiglia-scrive nella missiva – lo ha dichiarato un suicidio senza fare un’autopsia. La sfuggente analisi al corpo esanime di Massimo è stata la sola arma concessa alla memoria di mio figlio. Spero che la Procura di Termini Imerese si dia una mossa con un’istruttoria adeguata e chiedo l’intervento di un anatomopatologo, perché ritengo che per dichiarare un suicidio prima si debba fare un’accurata autopsia’’.

La richiesta di verità

Anna, una delle sorelle di Massimo è divorata dalle domande inevase. «È stato trattato come se non avesse nessuno al mondo, invece con noi era in costante contatto. In Sicilia gestiva un allevamento di conigli nani che andava bene, aveva fatto il parrucchiere a Roma, vendeva bambole online rimesse a nuovo. Perché avrebbe dovuto suicidarsi? Forse per la troppa felicità? Assurdo. L’autopsia potrebbe chiarire tutto». Nel frattempo si sono interrotti anche i rapporti con il compagno di Massimo stando a quando dicono i familiari, una ulteriore amarezza. Anna aggiunge un particolare inquietante: «Il cellulare è stato detto che era stato sequestrato ma arrivati a questo punto non sappiamo cosa pensare». L’altra sorella, Roberta, è altrettanto scossa. «Io ero la sorella forse più vicina a Massimo per affinità, anche anagrafica. Con me parlava e se ci fosse stato qualcosa di storto me l’avrebbe detto. Vogliamo la verità». In un dolore forte ma composto, la famiglia di Massimo Melluso annuncia nuove iniziative senza soluzione di continuità per rendere onore alla verità e giustizia a un 31 felice la cui morte è avvolta nella nebbia delle mancate risposte, quelle che divorano l’anima e lo spirito anche dei più combattenti.

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