E’ rinchiuso nello stesso carcere, quello di Voghera, dove è risultato positivo il primo detenuto in Italia. C’ è preoccupazione da parte della famiglia di Giuseppe Mele, giuglianese, rinchiuso nel carcere in provincia di Pavia dove, oggi pomeriggio, è stata resa nota l’ufficialità della prima positività di un detenuto al Covid 19, ora ricoverato in ospedale dov’è piantonato.

A seguito della notizia, sono stati presi i primi provvedimenti dalla direzione del carcere. Nella settima Sezione dove era detenuto il contagiato sono state aperte le celle mentre a tutti gli agenti e personale della penitenziaria viene controllata la temperatura corporea sia all’entrata che in uscita.
Tramite l’avvocato Alessandro Caserta, la famiglia di Pino Mele mostra preoccupazione per il loro familiare.

Parlano i sindacati della Penitenziaria

Ad intervenire sul caso è anche Roberto Esposito, segretario nazionale Sarap: “Ebbene alla data odierna il S.A.R.A.P. apprende la notizia del primo caso accertato di un detenuto affetta dal virus COVID-19, l’individuo è un recluso appartenente alla Casa Circondariale di Voghera.

Non poco preoccupa al nostro sindacato questa situazione, soprattutto se valutiamo l’andamento complessivo dell’evolversi dell’emergenza sanitaria per quanto riguarda l’ambiente detentivo, ricapitoliamolo insieme: Scoppiata l’emergenza per il pericolo di diffusione di questo nuovo virus l’amministrazione decide di interrompere momentaneamente i colloqui dei ristretti con i loro familiari per evitare che possibili contagiati potessero dall’esterno introdurre il virus negli istituti detentivi, questa decisione ha avuto come conseguenza da parte dei detenuti rivolte carcerarie; Tanti sono stati i carceri messi a ferro e fuoco su tutto il territorio nazionale, i detenuti dopo aver temporaneamente compromesso la sicurezza negli istituti successivamente hanno colto l’occasione per alzare il tiro richiedendo addirittura l’amnistia in massa, come se l’emergenza in cui graviamo potesse cancellare i loro crimini. Lo Stato data l’emergenza ben più preoccupante che si trova a dover gestire molla la presa e introduce nuovamente i colloqui tra detenuti e familiari negli istituti e non solo, concede addirittura gli arresti domiciliari per tutti i ristretti a cui manca da scontare una pena inferiore ai 18 mesi, una pesante sconfitta e motivo di sconforto per tutti quegli agenti che hanno combattuto ed espletato il loro lavoro in istituto con passione e professionalità ogni giorno, in particolare nei giorni di tumulto. Dopo aver analizzato la situazione il S.A.R.A.P. vorrebbe porre all’attenzione di tutti due quesiti: Se i detenuti erano cosi preoccupati di contrarre questo nuovo virus perché hanno iniziato a protestare quando l’amministrazione ha momentaneamente sospeso i colloqui con i loro cari? Non sarebbero stati forse più al sicuro stando a contatto con meno gente possibile proveniente dall’esterno, e più al sicuri sarebbero stati pure i loro cari potendo evitare spostamenti per recarsi in un luogo dive normalmente c’è un gran via vai di persone? Il secondo quesito che noi ci poniamo è il seguente. Se i detenuti volevano protestare per ottenere un reinserimento dei colloqui perché hanno iniziato a radere al suolo le carceri Italiane? Perché distruggere, prima di ogni altra cosa, l’ufficio matricola dove risiedono i loro dati per poi tentare l’evasione? Domande su cui c’è molto da riflettere, soprattutto in ambito trattamentale, visto tutte le attività, i permessi, le concessioni date negli anni proprio ai detenuti per reinserirli nella società, farli adattare ed insegnargli che rispettare le norme dello Stato è un dovere di tutti. Ad oggi comunque sembra ironia della sorte che proprio dopo la reintroduzione dei colloqui negli istituti sia risultato positivo al test del COVID-19 un detenuto, se infondo proprio mantenere i contatti con il mondo esterno tramite i colloqui avesse dato l’opportunità a questo virus, di cui tanto si sono preoccupati i detenuti, di insediarsi in un istituto rischiando di contagiare tutto il personale che ci lavora all’interno e non solo? Il S.A.R.A.P. Ovviamente si augura che questo avvenimento possa essere un caso isolato e che questo virus non abbia opportunità di proliferare all’interno degli istituti in modo da non aggravare maggiormente le condizioni in cui i colleghi hanno già fatica a lavorare”.

Chi è Giuseppe Mele

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