C’è il collaboratore di giustizia Emanuele De Pasquale al centro dell’inchiesta che ha permesso di ricostruire un sistema attraverso il quale i vertici dei clan napoletani, dai Mazzarella ai Licciardi, passando per i Troncone e i Gionta, avrebbero continuato a impartire ordini dall’interno degli istituti penitenziari. Le indagini, sviluppate anche grazie alle dichiarazioni del neo pentito di Fuorigrotta, hanno riguardato diverse strutture carcerarie, da Opera a quelle napoletane, fino ai padiglioni di Siracusa.
A illustrare i dettagli dell’operazione sono stati il procuratore Nicola Gratteri e il capo della Dda di Napoli, Sergio Amato, che hanno ricostruito la vicenda da cui ha preso avvio l’indagine. Come spiegato dal procuratore di Napoli, De Pasquale, affetto da ludopatia, non riusciva più a pagare i debiti di droga. Spendeva i soldi con il gioco. Fatto sta che dal carcere viene ordinato il pestaggio. Un raid effettuato da Ciro Coppola dei Gionta e da Aniello Mosella del clan Giannelli alla base poi della decisione di De Pasquale di passare dalla parte dello Stato.
De Pasquale nel corso del tempo aveva accumulato con esponenti di altri clan (Gionta e Mazzarella) un debito di circa 49mila euro e, vistosi impossibilitato a pagare i creditori, contattò in videochiamata dal carcere di Opera Giuseppe Troncone, figlio del boss di Fuorigrotta Vitale, il quale sulle prime mostrò disinteresse: «Mi disse che aveva già i suoi problemi e che era una figuraccia. Fu Domenico Cacciapuoti a mettersi in contatto con Giuseppe Troncone: la conversazione avvenne via telefono nella stanza di Domenico Cacciapuoti mentre io mi trovavo in saletta. Nella stessa stanza c’erano anche Gianfranco Leva, esponente del clan Licciardi, e Aniello Mosella, di Cavalleggeri d’Aosta. Tutti e tre parlarono con Giuseppe, il quale disse loro che “non mi sentiva da giorni” e che io gli avevo portato solo guai, quindi mi potevano pure uccidere o potevo “buttarmi pentito”, perché a lui non sarebbe interessato».
Successivamente Troncone, pur di risolvere la controversia e al chiaro fine di non alterare gli equilibri criminali intercorrenti tra le consorterie camorristiche coinvolte che l’avevano interpellato, si «metteva a disposizione» per intervenire nell’ambito delle proprie competenze, segnatamente facendo convocare il padre di De Pasquale affinché gli venisse intimato di ripagare interamente i debiti di suo figlio. In quell’occasione il padre di De Pasquale consegnò ad emissari mandati da Giuseppe Troncone la somma di 6.450 euro, a fronte di una richiesta di 10mila. Una somma che non bastò a placare la rabbia dei creditori, come raccontato dallo stesso De Pasquale:
«Quella sera, Giuseppe Troncone chiamò me ma parlò con Ciro Coppola e Mosella Aniello, ai quali disse che mio padre e mio fratello avevano detto di “non volerne sapere niente” e che i 6450 euro erano tutto ciò che potevano dare. Nel sentire ciò, Ciro Coppola, che aveva una forbice appuntita in mano, me la puntò mentre mi offendeva, dicendo che ero infame perché avevo combinato quella situazione; ricordo che Ciro Coppola, dopo la telefonata, subito si rivolse a me per darmi uno schiaffo ma io reagi. Nel momento in cui reagi, si misero su di me sia Mosella che Coppola, facendomi cadere nella doccia. Entrambi mi picchiarono con calci e pugni su tutto il corpo e Ciro Coppola mi colpi anche con la forbice, lasciandomi delle ferite sulla gamba destra, sulla mano destra e in testa, da cui perdevo molto sangue. Mosella, mentre mi picchiava, mi diceva che io “non dovevo reugire”.
Subito dopo avermi picchiato, Ciro Coppola e Mosella avviarono una videochiamata tramite Instagram con Emanuele D’Agostino, Ciro Terracciano e Domenico Cacciapuoti. Fu Aniello Mosella ad avviare la videochiamata tramite il suo account. Ai suoi interlocutori, Mosella mostrò che io ero sanguinante, dicendo “guardate qua cosa gli abbiamo fatto”; sia Terracciano che Cacciapuoti, però, dissero che avevano sbagliato a picchiarmi. Cacciapuoti disse ciò poiché Giuseppe Troncone, subito dopo aver terminato la telefonata con Coppola e Mosella, aveva chiamato a lui e gli aveva chiesto di “darmi tempo”, poiché io ero bravo con le truffe e in un modo o nell’altro avrei restituito i soldi. Fu stesso Mosella a medicarmi con dell’alcol. Non sono andato in infermeria perché mi fu impedito da Ciro Coppola e da Aniello Mosella; a ogni modo, non avevo chiesto di andarci perché non cra il caso. Quella sera, in video-chiamata, parlarono Ciro Coppola, Domenico Caccipauoti, Ciro Terracciano e Emanuele D’Agostino; Cacciapuoti disse che bisognava darmi tempo perché grazic a mio padre e grazie alle truffe avrei restituito tutto. Ricordo che parlai al telefono con Emanuele D’Agostino, il quale mi disse di stare tranquillo e che “non dovevo fare brutti pensieri”, perché avevo il tempo per ripagarli. Giuseppe Troncone mi mandò un messaggio su Instagram dicendo che aveva parlato con tutti. Confermo che il pestaggio e le video-chiamate sono avvenute il giorno stesso in cui mio padre aveva dato i soldi a Chiccotto. La somma da egli data era pari a 6450 euro. I soldi erano indirizzati a Cacciapuoti perché inizialmente era l’unico in contatto con Giuseppe Troncone. Era stato Cacciapuoti con Gianfranco Leva e Aniello Mosella a sentirsi con Giuseppe, come sopra ho riferito».
Minacce alla fidanzata di De Pasquale
Le pressioni avrebbero coinvolto anche la compagna di De Pasquale. Secondo l’accusa, la donna sarebbe stata minacciata per essere costretta a commettere truffe ai danni di persone anziane, così da reperire il denaro necessario a saldare i debiti. Il tentativo del febbraio 2026 non sarebbe andato a buon fine. Tra le richieste rivolte alla donna ci sarebbe stata anche quella di consegnare oggetti preziosi, compreso un Rolex destinato alla figlia.
Il termine ultimo fissato dai creditori sarebbe stato il 18 febbraio 2026: se entro quella data De Pasquale non avesse saldato il debito, sarebbe stato ucciso. Proprio quel giorno, il detenuto si presentò alla matricola del carcere di Siracusa, chiedendo di parlare con un magistrato. Secondo la ricostruzione investigativa, si avvaleva inoltre di due collaboratori incaricati di ritirare e consegnare la cocaina ricevuta da fornitori che, come lui, erano detenuti.
Tutti gli episodi sono ricostruiti nell’ordinanza sulla base delle risultanze investigative e dovranno essere valutati nelle successive fasi del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza degli indagati.


