La cosa più intelligente al termine dell’ennesima, roboante, sofferta rimonta l’ha detta Salvatore Bagni: ormai non può essere più un caso. Già, perchè questo Napoli, il ruggente e talvolta confusionario Napoli di Walter Mazzarri, non finisce davvero mai. Un 3 a 2 che vale davvero oro, per il morale e per la classifica, che ritorna bella e poteva essere bellissima, senza la beffa di Parma. Ma poco importa, ormai. La quarta vittoria dell’era-Mazzarri suggella una striscia invidiabile di otto gare senza sconfitte: non accadeva dal ’93-’94, con Lippi in panchina. Un’era geologica fa. Appartiene al presente e al futuro prossimo invece la riscoperta di un campione vero, Fabio Quagliarella. Nel primo tempo sembrava il solito degli ultimissimi tempi: generoso, arruffone e impreciso al tiro. Nel secondo la metamorfosi: colpo di testa vincente su pennellata di Gargano, uno che sembra aver “aggiustato” i piedi da quando c’è il mago toscano in panca; doppia finta e cross al bacio per l’accorrente Maggio, autore del due a due; e per finire, diagonale di giustezza su assist di Lavezzi. E’ stato tutto questo, Quagliarella. Mentre Mazzarri collezionava giocatori offensivi, in un 4-3-3 iper-spregiudicato, che al confronto Leonardo sembra un catenacciaro. Caos tattico, ardore, improvvisi rovesciamenti di fronte in una gara vissuta per un tempo nella noia e per l’altro sul filo del rasoio. Al cospetto di un ottimo Bari, arcigno e quasi insuperabile nella coppia centrale Ranocchia-Bonucci, geometrico in Donati, pungente in Barreto. Aronica sulla sinistra poco ci capiva contro Alvarez, Pazienza soffriva da matti contro Almiron, sbagliando passaggi in quantità industriale e tutti i biancorossi non sprecavano un pallone che era uno. Disimpegni precisi, triangoli sullo stretto, buone ripartenze. Il Napoli del primo tempo fa i conti invece con i suoi annosi limiti. Non riesce a prendere in pugno la partita, dopo un avvio promettente. Si affrontano due squadre schierate come su una scacchiera, ognuno sulla sua casella e nessuno che avanzi a rompere l’equilibrio. Nella ripresa inizia l’ormai consueta girandola di gol ed emozioni. Dopo la commediola della prima frazione di gioco, cambiano copione e interpreti: ne esce un thriller al cardiopalma, non proprio il genere del produttore De Laurentiis ma che importa. Il fiscale Romeo sanziona ogni contatto e, dopo il secondo vantaggio barese con Ranocchia, butta fuori Parisi per doppia ammonizione. Entrano prima Cigarini e poi Bogliacino, Maggio sigla l’aggancio. Mazzarri si sbraccia, incita i suoi. Avanti per l’ultimo assalto, in fondo l’Europa è lì a un passo. Lavezzi estrae dal suo cilindro pieno di tante cose, alcune belle, altre meno, un assist in verticale per lui, il Fabio furioso. E’ a caccia di rivincite, il campione dal cuore più azzurro che c’è. La tocca appena, il suo tiro è una carezza. Che muore lì, nell’angolino basso, gonfiando la rete e facendo esplodere uno stadio a festa per i suoi 50 anni. Sulla ruota di Napoli è uscito finalmente il 27, il numero di Fabio “Godot”. Attorno a lui splende orgogliosa e consapevole dei suoi limiti una squadra forgiata nel marmo. Animosa e a volte caotica come le idee del suo allenatore. Ma terribilmente vincente. Date al mago di San Vincenzo due-tre giocatori buoni, uno per reparto, di quelli che fanno la differenza. E poi si potrà, e si dovrà, soltanto volare.
Napoli, la sofferenza come regola e un campione ritrovato
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