Ancora una volta la storia di Pantani rientra prepotentemente nella cronaca nazionale. In questi giorni infatti Mediaset ha diffuso un’intercettazione nella quale si parla dei fatti avvenuti nel ‘99 a Madonna di Campiglio e che sembra essere l’ennesima prova del coinvolgimento della camorra nell’alterazione dei livelli d’ematocrito del campionissimo Romagnolo. Poco tempo fa, La procura di Forlì aveva aperto un’inchiesta a tal proposito, ma ora pare che si stia per chiudere per inconsistenza delle prove , mancanza del movente e per il fatto che , se di reato si è trattato, questo è stato perpetrato da ignoti ed è in prescrizione. Camorra sì, camorra no, Internapoli ha deciso di tornare a parlare del Pirata non solo per mero dovere di cronaca, ma per rispolverare la figura dell’uomo e del campione nascosta dietro il “caso mediatico” e coprire col breve racconto di alcune sue imprese l’importanza che ha avuto la malavita nelle ultime ore e restituirla al Pirata.
Per alcuni più forte in salita perfino dell’ “Intramontabile Cagnaccio Toscano” Gino Bartali, Pantani è stato forse l’ultimo degli eroi di un ciclismo che era poco quanto nulla più eroico già ai suoi tempi; un ciclismo fatto di pochi colpi di testa, poche follie, tanti calcoli e che tratta gli uomini come delle macchine. Chi di questo sport se ne intende non può certo dire il contrario riportando alla mente la sua storica impresa sulla salita d’Oropa a quel maledetto Giro del ’99 quando, rimasto indietro per guasto meccanico, recuperò il distacco di 48” dal gruppo e andò incredibilmente a vincere la tappa. Il Pirata era infatti un tipo avvezzo quanto pochi a rialzarsi dopo delle burrascose cadute. Mille volte caduto, mille volte rialzatosi dopo incidenti terribili, era diventato per tutti i tifosi al di qua e al di là delle Alpi l’emblema del ciclismo stesso, un uomo capace di vincere Giro e Tour nello stesso anno- l’unico anno buono “lontano dalla sfiga”, come disse in un’intervista del ’97 quando fu costretto a ritirarsi a causa ,manco a dirlo, di un gatto nero.
In un solo anno riuscì quindi a mantenere la promessa fatta a due uomini cui era molto legato e che però non poterono godersi da vivi i suoi successi: il primo era il nonno cui aveva promesso di vincere la corsa in Rosa, il secondo era Luciano Pezzi, consulente tecnico della mercatone Uno , al quale promise che avrebbe vinto la Grande Boucle. Furono tantissime le imprese compiute dal pirata, eppure è triste che spesso sia associato dai più al doping. La sua è probabilmente la storia di doping per eccellenza e a chi lo ha amato sul serio e ha seguito tutte le sue gare ciò potrà apparire paradossale. Il motivo è molto semplice e riguarda lo scandalo che proprio durante lo svolgimento del suo vittorioso tour- al quale era andato senza nemmeno allenarsi solo per rispettare il volere dello stesso Pezzi che proprio pochi giorni prima del tour era scomparso- colpì il team Festina.
A circa due settimane dalla fine del tour del ‘98 il team Festina fu infatti trovato in possesso di sostanze dopanti e da allora, durante tutto il resto del Tour, ci furono controlli e perquisizioni a sorpresa da parte de La Gendarmerie a carico di tutti i team. Fu proprio in quel contesto che Il Pirata dimostrò di averne di più degli altri strappando la maglia Gialla ad Ulrich sul Galibier e staccandolo di sei minuti in classifica generale. Lo stesso scenario si ripeté proprio l’anno successivo nel Giro del ’99 durante il quale proseguirono i controlli a sorpresa del CONI e dell’UCI anche più volte a carico dello stesso Pantani che fu trovato sempre pulito nonostante fosse nettamente superiore agli altri nelle prestazioni. Che quindi il contenuto della provetta che Pantani riempì la mattina di Madonna di Campiglio col suo sangue sia stato alterato con un processo di “deplasmazione” non è un ipotesi fuori dal mondo. Appare al quanto strano che infatti una persona che la sera prima ha 47 di ematocrito la mattina dopo alle sette possa averne 51.8.
Fu proprio quel giorno che il morale del Pirata toccò il fondo, come egli stesso dichiarò. Il disprezzo per quello sport che tanto aveva amato e a cui tanto aveva dato, il dolore per la dignità che gli era stata sottratta ingiustamente, le aspre critiche, gli insulti che riceveva per strada ad ogni allenamento, lo costrinsero ad uno stato di depressione tale da farlo entrare nella spirale della cocaina.
Ma ancora più paradossale fu l’abito abominevole che la stampa gli cucì addosso dipingendolo come un uomo da cui non prendere esempio in contrapposizione alla figura di Lance Armstrong, il cowboy texano elevato ad “esempio da seguire” poiché con lo sport aveva sconfitto il cancro, che invece portò per ben sette volte la maglia gialla a Parigi con l’aiuto dell’EPO, una sostanza dopante, e che pure dovette arrendersi due volte ad un Pantani al 50%delle proprie possibilità durante il tour del 2000.
Messa la questione in questo modo, quel “me lo avete ucciso voi” gridato dalla madre del Pirata al suo funerale verso i giornalisti, non sembra solo uno sfogo di dolore. Forse Pantani era un personaggio scomodo, forse non si atteneva alle regole occulte del gioco, forse è capitato per caso in affari che non lo riguardavano, ma fatto sta che ,probabilmente, una stampa troppo attenta agli scoop , ma forse tutti noi, abbiamo ucciso Pantani, abbiamo ucciso lo sport, abbiamo ucciso il ciclismo, abbiamo ucciso un esempio da seguire, la volontà di lottare contro le avversità della vita. Abbiamo condannato un uomo pulito mai ufficialmente squalificato, le quali vittorie non sono mai state revocate; un ragazzo semplice col mare negli occhi e la montagna nel cuore che non ha mai cercato vendetta, ma solo giustizia, solo una rivincita a carte scoperte che non ha mai avuto.
