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venerdì, Maggio 27, 2022
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Piano anticamorra, più uomini e pattuglie


Due risposte istituzionali al clamore suscitato nell’opinione pubblica dal rigurgito camorristico che insanguina le periferie di Napoli. In prima linea il sindaco Rosa Russo Iervolino e il prefetto Renato Profili. Il sindaco ha chiamato al telefono il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, per chiedergli aiuto a nome della città. «Con il ministro dell’Interno – spiega la Iervolino – siamo ormai in contatto quotidianamente. La ripresa della faida di Scampia preoccupa tutti e insieme al ministro stiamo studiando come arginare questa nuova emergenza». Dunque, Amato potrebbe essere in città anche entro giugno. Il ministro, del resto, si era già impegnato a venire a Napoli prima del voto amministrativo a seguito di un analogo appello del sindaco. Aspettiamo. Il prefetto Profili ha presieduto, invece, una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Un incontro di routine, hanno spiegato gli uomini dello staff, ma il fatto stesso che il prefetto abbia fatto partire già domenica le convocazioni dei responsabili delle forze dell’ordine (gli omicidi di Quarto e di Arzano sono avvenuti nella giornata di sabato) dimostra la volontà di studiare un piano immediato contro l’incubo di camorra che di nuovo assale i quartieri più esposti. Alla riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza ha partecipato anche il capo della Dda, Franco Roberti. Nessuna decisione clamorosa. Dopo un giro di consultazioni per capire, soprattutto dalla relazione di Roberti, che cosa stia accadendo nella zona che a fine 2004 fu teatro di una faida con oltre 50 morti tra il clan Di Lauro e quello degli scissionisti, il prefetto Profili ha fatto il punto con il questore Oscar Fioriolli e il comandante dei carabinieri Gaetano Maruccia sulle iniziative da assumere rispetto a un più efficace controllo del territorio. Ne è scaturita l’unica strategia possibile: maggiore presenza con più uomini e più pattuglie e maggiore pressione investigativa per ridurre gli spazi delle organizzazioni camorristiche e creare nuovi ostacoli alle loro attività criminali. Parliamo di droga, naturalmente. O meglio, delle piazze di droga, almeno una ventina, che tra Scampia e Secondigliano il clan Di Lauro gestiva alla luce del sole e con incassi milionari fino all’esplosione della faida con il gruppo degli «spagnoli». Nel mirino delle forze dell’ordine finiranno di nuovo le strade di Cupa dell’Arco, storicamente roccaforte del boss, ma anche il Rione dei fiori detto «terzo mondo», dove aveva trovato rifugio da latitante Cosimo Di Lauro, e le Case celesti, le Vele, le Case dei puffi e tutti gli altri luoghi dove i clienti si mettono in fila per comprare eroina, cocaina, fumo e droghe sintetiche. Ecco il colonnello Maruccia: «Non avevamo mai abbassato la guardia, ma i servizi verranno potenziati perchè l’area nord – dice Maruccia – è una zona sensibile al di là del singolo omicidio e del singolo episodio criminale». Vero. naturalmente, nel pieno della faida, ossia tra la fine del 20045 e l’inizio del 2005, il controllo dei carabinieri nell’area di Secondigliano si era trasformato in una vera e propria militarizzazione con pattuglie ogni 50 metri. Erano settimane di inferno. Un dispositivo così massiccio, naturalmente, è efficacissimo, ma non può essere mantenuto per sempre. Il blocco delle attività, infatti, obbligò i camorristi a una pax mafiosa che in parte fu favorita anche dal ritorno in zona del boss latitante, appunto Paolo Di Lauro, che, con la sua sola presenza, sarebbe riuscito a rimettere in equilibrio le frange del clan e a far ripartire gli affari.



ELIO SCRIBANI






«Il clan Di Lauro è ormai azzerato»


L’analisi è stata al centro della periodica riunione tra i 26 sostituti della Dda ed il loro coordinatore Franco Roberti. L’appuntamento di routine è diventato occasione per ragionare sugli agguati di sabato scorso. Dati alla mano. È riesplosa la faida che tra il 2004 e il 2005 insanguinò Scampia e i Comuni confinanti della provincia? In tanti, in Procura, ritengono che «non ci siano attualmente le condizioni per una nuova guerra» tra quello che fu il clan Di Lauro e i cosiddetti «scissionisti», gruppo nato da una costola del primo. Per una serie di motivi. Innanzitutto, dopo gli arresti dei capi e di gran parte dei loro gregari più violenti, fonti confidenziali riferiscono che un clan Di Lauro compatto non esisterebbe più. Sono in cella anche i loro «assegnatari delle piazze di spaccio» e mancherebbe un personaggio con carisma e potenza militare tale da gestire uno scontro. Dall’avvio dell’anno, il territorio di Scampia, ma anche le aree vicine di Arzano e Mugnano, sarebbero passate così sotto il controllo del vecchio clan degli scissionisti, ormai gruppo dominante e gestore dello spaccio della droga, nell’ampia area geografica a nord di Napoli. Un gruppo dai capi in libertà. Fuori per decorrenza dei termini, Raffaele Amato, tra i leader della scissione dai Di Lauro, sarebbe tornato in Spagna. Per motivi di salute, da pochi giorni ha lasciato il carcere anche Giacomo Migliaccio. Intorno alle loro figure, ai loro fedelissimi, si sarebbe rimescolato l’ultimo scenario criminale della violenta camorra che controlla il grande supermercato dello spaccio a nord della città. «Non sono abituato a divulgare analisi, o ipotesi investigative – dice Franco Roberti, il procuratore aggiunto coordinatore della Dda – Di certo, le idee sull’attuale situazione le abbiamo abbastanza chiare e per questo monitoriamo i gruppi che riteniamo stiano per riorganizzarsi in città». Nei primi sei mesi di quest’anno, gli omicidi di camorra sono stati 20. Nello stesso periodo dello scorso anno, furono 37. I numeri indicano un controllo maggiore del territorio, ma anche un riequilibrio generale dei gruppi camorristici. Agli inizi dell’anno, la breve guerra alla Sanità, esplosa per dissidi legati alla piccola ripartizione degli affitti riscossi dagli immigrati extracomunitari, è stata stroncata sul nascere dagli arresti della Dda. Qualche focolaio di tensione tra piccoli gruppi ai Quartieri spagnoli, legati al clan Terracciano, fu arginato da altre ordinanze cautelari. A Scampia, dove sembrava che fosse stato raggiunto un accordo tra i clan in guerra, ha potuto più un fisiologico riassestamento tra famiglie della zona. Come è successo sempre in 30 anni con La Monica, Licciardi, Lo Russo, Di Lauro. Intorno al business della droga, nella periferia a nord sono nate fortune criminali, si sono consolidate carriere di capiclan tali da mettere in discussione la leadership cittadina dei Giuliano di Forcella. Ora, il riequilibrio, seguito alla sanguinosa guerra da 57 morti ammazzati. E l’affermazione dei successori dei Di Lauro. Chi stava con i vecchi capi è passato con i nuovi: gli Amato e i Migliaccio. E, secondo quest’analisi prevalente nella Dda, l’omicidio di Ciro e Domenico Girardi, due capetti rampanti ad Arzano, sarebbe solo una vendetta personale. Una resa dei conti. I Girardi verrebbero indicati dal pentito Domenico Rocco come autori dell’agguato mortale a Biagio Migliaccio. Erano passati con i nuovi gruppi dominanti, ma il loro passato di killer dei Di Lauro pesava ancora: la loro affidabilità sarebbe stata considerata pari a zero. Non l’episodio di una nuova guerra, quindi, ma un’appendice della precedente. Con armi e strategie collaudate. Di certo, l’agguato di sabato dimostra che i nuovi padroni dello spaccio a nord di Napoli sono in grado di trovare ancora killer spietati. Nella realtà disgregata delle periferie, le possibilità di reclutamento non mancano. Nella riunione della Dda si sono studiate le future strategie. Su una mappa dei clan in cui mancano «aree calde», anche se esistono segnali di riorganizzazione. Specie, nel centro cittadino e nell’area orientale.


GIGI DI FIORE






LE INDAGINI SUL RAID: INTERROGATO IL PROPRIETARIO DELL’AUTO RAPINATA

Duplice omicidio, caccia a killer e guardaspalle





Arzano. Via Cupa dell’Arco e il «terzo mondo» sono le ultime trincee della Caporetto del clan di Paolo Di Lauro. Dopo il duplice omicidio dei fratelli Ciro e Domenico Girardi, massacrati sabato sera con un’ottantina di colpi di kalashnikov in via Cardarelli ad Arzano – quello che resta del feudo di «Ciruzzo ’o milionario» – c’è il fondato timore che gli scissionisti abbiano stracciato la tregua, per scatenare l’ultima offensiva e spazzare via uomini e cose legate al boss di via Cupa dell’Arco. Con il placet dei mammasantissima del vecchio cartello di Secondigliano (Licciardi, Contini, Lo Russo e un paio di clan della città) a cui non è mai andato giù il fatto di essere stati messi in secondo piano dall’ascesa di Paolo Di Lauro. In questo clima di terrore sospeso, sorvegliato da decine di pattuglie del Cio (Compagnia Intervento Ooperativo) dei carabinieri che da sabato notte incrociano tra Secondigliano, Arzano e Casavatore, proseguono senza sosta le indagini sul duplice omicidio dei fratelli Ciro e Domenico Girardi. I militari della compagnia di Casoria, diretta dal capitano Paolo Cambieri e quelli del nucleo operativo del comando territoriale di Castello di Cisterna, coordinati dal maggiore Fabio Cagnazzo, da due giorni sono impegnati ad esercitare una forte pressione investigativa, tra quella miriade di pregiudicati affiliati ai due schiaramenti. Gli inquirenti hanno eseguito decine di esami Stube anche ai due uccisi, che sono risultati negativi. Contemporaneamente gli inquirenti hanno iniziato una colossale caccia all’uomo, per stanate i due guardaspalle dei fratelli Girardi, ai quali, il pubblico ministero della Dda di Napoli, Luigi Alberto Carnevale avrebbe tantissime domande da fare, compresa quella sul perché di fronte a quella tempesta di pallottole, hanno girato i tacchi e sono scappati via a gambe levate. E nemmeno dall’automobilista fermato e fatto scendere dalla sua auto dai killer in fuga a piedi dopo l’agguato, sono arrivati indizi utili per l’identificazione degli appartenenti al commando. Resta ancora valida la pista della vendetta trasversale, scattata dopo le dichiarazioni di Domenico Rocco, il pentito della faida che ha indicato nei due fratelli uccisi, che di fatto avevano in mano tutta la piazza di spaccio di mariuana e hashish di Arzano, gli autori dell’assassinio di Biagio Migliaccio, cugino di Giacomo Migliaccio, scarcerato una decina di giorni fa per motivi di salute.


MARCO DI CATERINO



IL MATTINO 6 GIUGNO 2006

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