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sabato, Maggio 21, 2022
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L’erede del boss fuori per un vizio di forma


Non è bastata la recente condanna a otto anni di reclusione a tenere in cella il figlio del boss del narcotraffico Paolo Di Lauro. Da due giorni è stato infatti scarcerato Vincenzo Di Lauro, trentaquattro anni, primogenito della dinastia di via Cupa dell’Arco a Secondigliano, capace di detenere per un ventennio il monopolio del traffico di sostanze stupefacenti in buona parte della Campania. La dodicesima sezione del Tribunale del Riesame – presidente Casella – ha accolto la richiesta di scarcerazione del penalista Vittorio Giaquinto e ha rimesso in libertà uno dei rampolli del clan di Secondigliano. Una decisione figlia di un vizio di forma, un difetto nell’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare e nel dispositivo di sentenza che nemmeno un mese fa condannò i principali esponenti del cartello protagonista della micidiale faida per il controllo delle piazze della droga. In attesa di leggere le motivazioni dei giudici del Tribunale della Libertà, è infatti emerso che per un disguido tecnico mancava un foglio nella compilazione del provvedimento restrittivo e del verdetto conclusivo. Il nome di Vincenzo Di Lauro – carattere equilibrato, faccia pulita – compare nella rosa dei trenta e passa indagati dinanzi al gup Pierluigi Di Stefano. Viene arrestato per traffico di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, ma nel corso del processo la sua posizione si aggrava. Scatta infatti un mandato di cattura per associazione per delinquere di stampo camorristico, reato per il quale Vincenzo Di Lauro è stato poi condannato ad otto anni, mentre il padre Paolo Di Lauro incassava una pena a trent’anni di reclusione, come richiesto dal pm Luigi Alberto Cannavale. Un verdetto eccepito dalla difesa e accolto dai giudici, con un provvedimento destinato a rendere più fragili gli equilibri interni alla malavita organizzata radicata a nord di Napoli. Sabato scorso, infatti l’ultimo si è consumato l’ultimo atroce delitto in una galleria di sangue e violenza che ha provocato in pochi mesi 57 omicidi tra dilauriani e i cosiddetti scissionisti. Ad Arzano sono stati ammazzati i fratelli Ciro e Domenico Girardi, legatissimi alla famiglia Di Lauro e probabilmente responsabili di aver commesso agguati contro i cosiddetti «spagnoli» nei mesi cruenti della faida. La scarcerazione di Vincenzo Di Lauro (protagonista anche del discusso abbraccio in gabbia con il padre Paolo nel corso di una delle ultime udienze del processo) segue quella di due presunti boss scissionisti, Raffaele Amato, libero per decorrenza termini, e Giacomo Migliaccio, scarcerato per motivi di famiglia. A questo punto la famiglia Di Lauro si regge sulle decisioni di Vincenzo, ma anche dei giovanissimi Marco (latitante) e Nunzio (irreperibile), mentre la tregua degli ultimi mesi rischia di franare inesorabilmente.



LEANDRO DEL GAUDIO





LE INDAGINI

Duplice omicidio, erano in tre nel gruppo di fuoco





di MARCO DI CATERINO

Arzano.
È stata una giornata di riflessioni, quella che gli inquirenti, impegnati nelle indagini sul duplice omicidio dei fratelli Ciro e Domenico Girardi, hanno trascorso ieri, dopo settantadue ore ininterrotte di indagini, scandite da decine di perquisizioni, interrogatori e rilievi ambientali e balistici. Dopo questa maratona investigativa, magistrato e carabinieri hanno cercato di fare il punto sugli elementi raccolti. Gli inquirenti hanno definito fantasiose e forzate le voci riguardanti la partecipazione di un minorenne all’azione di fuoco di sabato sera in via Cardarelli ad Arzano, cosi pure la presenza di killer femminili tra le fila del commando. L’unica certezza in mano agli investigatori sulla consistenza numerica del gruppo di fuoco che ha agito ad Arzano, riguarda solo il fatto che gli assassini erano almeno tre. Infatti due hanno rapinato la Cinquecento all’automoblista, che ha avuto la sfortuna di incrociarli mentre scappavano a piedi, mentre il terzo «sicuro» sarebbe il killer che ha aperto lo sportello posteriore sinistro della Ford Fiesta, per far cadere a terra i due guardaspalle che, a bordo di uno scooter di grossa cilindrata, scortavano i giovanissimi boss, legati a Cosimo Di Lauro, e padroni della piazza di spaccio di Arzano. Ieri è stato anche il giorno che ha visto al lavoro i periti medici che hanno eseguito le autopsie sui corpi martoriati dei due fratelli, sui quali gli assassini si sono accaniti con oltre ottanta pallottole di kalashnikov, i micidiali fucili mitragliatori con i quali i killer, per sfregio, hanno sfigurato orrendamente il volto di Ciro e Domenico Girardi, quando erano di fatto già morti. Il questore di Napoli ha imposto, per motivi di ordine pubblico, il divieto della celebrazione pubblica dei funerali di Ciro e Domenico Girardi, che saranno seppelliti già oggi, nello stesso cimitero di Arzano, accanto al padre Vincenzo, ucciso dieci anni fa, nel bar «Sette Re», insieme al sanguinario boss Agrippino Effice, legato al clan Moccia di Afragola. E appena sette mesi fa un intero rione si sollevò contro i carabinieri, impegnati in un blitz tra gli isolati del «terzo mondo», il rione-feudo di Paolo Di Lauro, che sembrava davvero un intoccabile. Oggi, quello stesso rione che era terra off-limits per tutti, è sorvegliato da bambini-sentinelle. Per una manciata di euro, girano tutto il giorno su scassati motorini e vecchie biciclette, pronti a segnalare agli ultimi fedelissimi di «Ciruzzo ’o milionario» qualsiasi faccia straniera che entra nel «terzo mondo».




il mattino 07/06/2006z

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