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giovedì, Maggio 19, 2022
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RAID IN CORSIA, 9 CAMICI BIANCHI SU 10 HANNO SUBITO PIU’ DI UNA AGGRESSIONE


Seicentoquaranta medici hanno risposto a un questionario sulla violenza diffuso dall’Ordine. Tutti hanno dichiarato di aver subito aggressioni e intimidazioni sul posto di lavoro: il 9% degli intervistati in una sola occasione, il 91% più volte. Un sentimento di paura, fino a oggi inespresso tranne che in qualche circostanza clamorosa, tormenta in realtà ogni giorno i camici bianchi che lavorano al pronto soccorso e nei reparti, i medici di famiglia, gli specialisti ambulatoriali, guardie mediche, operatori del 118. Il dato emerge da un’indagine promossa dalla Fimmg, la Federazione italiana dei medici di famiglia, e dall’Ordine dei medici di Napoli che da quest’anno è presieduto da Giuseppe Scalera. Il 12% dei professionisti che ha raccolto l’invito a partecipare all’indagine (il questionario è stato diffuso attraverso il bollettino dell’Ordine dei medici di gennaio e febbraio) ha dichiarato d’aver ricevuto percosse, il 13% intimidazioni a mano armata, il 55% minacce verbali, il 20% d’aver assistito impotente ad atti vandalici. «Il risultato di quest’indagine – dice Silvestro Scotti, consigliere dell’Ordine – è indicativo su uno stato di allerta generale, ma la raccolta dei dati è avvenuta su base assolutamente volontaria, quindi il campione non è omogeneo ed è certamente parziale. Hanno risposto soprattutto i medici che assicurano la continuità assistenziale e l’emergenza sanitaria territoriale, che avvertono probabilmente più degli altri il disagio». Dall’indagine è emerso che la maggior parte delle aggressioni (il 92%) si è verificata in una struttura pubblica, l’8% presso il domicilio del paziente. Nella mappa della violenza, tracciata dagli operatori, le zone considerate più a rischio sono Pozzuoli, Giugliano, Pomigliano d’Arco e Nola, passando per Pollena Trocchia e per tutte quelle città, piccole e grandi, che rientrano nel raggio di competenza dell’Asl 2 e 4. Qui è più forte la percezione della violenza perché, rispettivamente, solo il 3% e il 4% degli operatori definisce «assolutamente tranquilla» la realtà in cui opera e il 30% e il 32% degli intervistati ha chiesto il trasferimento come reazione alle spesso ripetute minacce e aggressioni. L’altra faccia della medaglia è che proprio nel comprensorio dell’Asl 2 e 4 e dell’Asl 3 (che va da Casoria a Frattamaggiore) si registra la percentuale più alta di medici che non sporge denuncia. C’è sfiducia: appena il 3% dei medici ha dichiarato d’aver visto cessare gli episodi di violenza dopo la denuncia, per il 10% dei professionisti denunciare non è servito. A Napoli e nell’area vesuviana e sorrentina, stando all’esito dell’indagine, si ha il maggior numero di denunce inefficaci, pari al 12 e al 14% dei casi segnalati alle autorità competenti. E in queste zone è anche più alta l’incidenza delle minacce verbali (sono il 56 e il 57% del totale delle segnalazioni) e degli atti vandalici (il 21 e il 23% degli episodi).


MARIA PIRRO





La proposta

“UFFICI CHIUSI E ASSISTENZA DA CASA”



Sparatorie in ospedale, aggressioni in corsia, parolacce e spintoni negli uffici – spesso solitari e molto fuori mano – che ospitano i sanitari che garantiscono la continuità assistenziale. Un primo check-up sulla violenza di cui sono vittima i dottori – ancora più frequente nei confronti delle dottoresse – è stato avviato con coraggio dall’Ordine dei medici. Fra Napoli e provincia i camici bianchi formano un esercito che conta circa 23mila persone che sempre più spesso chiedono aiuto ai rappresentanti sindacali. «Stiamo valutando una proposta dei colleghi di continuità assistenziale, quelli dell’ex guardia medica – spiega Angelo Castaldo, segretario regionale della Fimmg il sindacato dei medici di medicina generale – che sollecitano da tempo la chiusura dei loro uffici. Sono colleghi che spesso, soprattutto nei piccoli centri, coprono di notte il turno magari con una sola unità. I rischi di aggressione per loro aumentano di giorno in giorno, soprattutto se la continuità assistenziale viene assicurata da una dottoressa. Il collega Silvestro Scotti che si occupa proprio della continuità assistenziale – chiarisce ancora Castaldo – lavora su una proposta: quella di trasferire le singole unità direttamente nelle proprie case o nei propri studi per rispondere con più serenità dal telefono di casa alle richieste di assistenza». Pagine di giornali, inchieste televisive sulla violenza che colpisce sempre più spesso medici e infermieri. Fenomeno grave, ma trascurato colpevolmente dalle istituzioni e dagli stessi sindacati. In Campania, tanto per fare un esempio, l’assessorato alla Sanità non ha «memoria» degli episodi di violenza. Degli schiaffi al primario, delle scazzottate fra medici, o le storie di specialisti magari troppo galanti con le pazienti e le colleghe non rientrano in nessuna statistica sulla qualità dell’assistenza e della vita in corsia. Assessori, addetti stampa, specialisti dell’Arsan conoscono il fenomeno attraverso gli organi di informazione ma evitano di preoccuparsene. Stessa storia per le molteplici sigle sindacali. Anaao-Assomed, Cimo, Sumai, Fimmg, Unamef insieme con tutti gli altri firmatari di contratti nazionali e regionali hanno uffici zeppi di collaboratori. Ma la regola generale sembra quella di voler dimenticare gli episodi di violenza. La meritevole inchiesta avviata, silenziosamente, dall’Ordine dei medici fra i camici bianchi della Campania dovrebbe essere rivista, aggiornata e completata dalla collaborazione degli addetti ai lavori almeno una volta l’anno. Sarebbe un check-up della sanità utile non solo per sapere dove, quando e se il medico ha paura, ma anche per ottenere una visione onesta e aggiornata sull’attività di tutte le strutture sanitarie, dagli ambulatori alle rianimazioni e alle sale operatorie, per arrivare a dialisi e riabilitazione.
b.b.



IL MATTINO 19 GIUGNO 2006

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