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sabato, Maggio 21, 2022
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«Camorra Spa» acquistava case al nord


C’era una volta la fornitura di calcestruzzo e il movimento terra per i cantieri dell’alta velocità. C’era è c’è ancora il grande appalto per la costruzione della ferrovia alifana che collegherà Giugliano all’alto casertano. E poi del centro radar della Nato, a Licola. E poi ancora del canile municipale, a Caserta, o degli stabilimenti di Oromare, a Marcianise. Un fiume di denaro pubblico, decine di milioni di euro da convertire in materiali edili, subappalti, tangenti (dal 6 al 10 per cento), investimenti immobiliari in piazze sicure, la Lombardia o l’Emilia Romagna: soprattutto a Parma, dove la testa di ponte era rappresentata da un costruttore, Aldo Bazzini. Un solo filo che collega le grandi opere degli Anni Novanta a quelle ancora in corso, un filo tirato dalla famiglia Zagaria; da quel Michele da Casapesenna che ha preso il posto di Bernardo Provenzano nell’elenco dei primi trenta latitanti italiani, l’uomo che ha trasformato in impresa (e business) la criminalità organizzata, da dieci anni è il monopolista del ramo-appalti di Camorra spa, nonostante la condanna all’ergastolo e le mille inchieste che lo hanno visto protagonista. Quel filo è stato tirato dai carabinieri del Ros che hanno ricostruito, grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali e a microcamere sapientemente piazzate in luoghi strategici, rapporti di malavita e istituzionali, la rete di società e di prestanome che controlla un impero economico – società, immobili, depositi – valutato oltre 50 milioni di euro, e sequestrato ieri. All’alba di ieri il blitz che chiude l’attività d’indagine coordinata dai pm Raffaele Cantone, Raffaello Falcone e Francesco Marinaro: 27 le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip Nicola Miraglia del Giudice; 22 quelle eseguite. Alla latitanza di Michele Zagaria si aggiungono, adesso, quelle dei fratelli Pasquale e Carmine. In cella i cugini (Michele e i due Pasquale) Fontana e i piccoli imprenditori legati a lui. I reati contestati vanno dall’associazione camorristica all’estorsione, dal reimpiego di capitali alla concussione, fino alla detenzione di armi da guerra (documentata da una videocassetta nascosta in un capannone di Villa Literno). Dalle indagini sono emersi i «rapporti collusivi con esponenti di rilievo dell’imprenditoria e dell’amministrazione pubblica», come ha sottolineato il Procuratore Giandomenico Lepore nella conferenza stampa alla quale hanno partecipato (oltre ai pm titolari dell’inchiesta), Lucio Di Pietro (procuratore aggiunto alla Dna), Franco Roberti (coordinatore della Dda), Giampaolo Ganzer (comandante del Ros), Carmine Burgio (comandante dei carabinieri di Caserta). Imponente la disponibilità di denaro contante del gruppo: un sabato, con le banche chiuse, Pasquale Zagaria riuscì a procurarsi in poche ore di 500mila euro per l’acquisto di un immobile di gran pregio a Parma. Tra gli indagati c’è anche un consigliere regionale, Vittorio Insigne, imprenditore sorrentino primo dei non eletti nella lista dell’Udeur, prossimo a subentrare a Tommaso Barbato, eletto al Senato: avrebbe favorito l’azienda di una donna, Immacolata Capone, moglie di un camorrista del clan Moccia e legata alla famiglia Zagaria, per l’assegnazione di un subappalto. Si sarebbe interessato anche per il rilascio di una certificazione antimafia per la stessa azienda. La Capone, uccisa in un agguato un anno e mezzo fa, avrebbe a sua volta fatto un «regalo» a un colonnello dell’aeronautica militare, Cesare Giancane, direttore dei lavori al cantiere Nato di Licola: uno scooter e due forniture di gomme per evitare controlli e intralci all’attività. Giancane è agli arresti domiciliari. Dalla Regione al Comune di Casapesenna: l’elezione di alcuni consiglieri, alle amministrative del 2003, sarebbe stata pesantemente condizionata dalla famiglia Zagaria e dai cugini Fontana, che avevano messo a correre i loro «cavallucci», come li chiamavano a telefono. Nessun indagato, ma l’ipoteca di un nuovo scioglimento antimafia.

ROSARIA CAPACCHIONE







Immacolata Capone, donna-boss in contatto con politici e imprenditori



di LEANDRO DEL GAUDIO




Secondo la Dda di Napoli, fino a qualche anno fa non c’era una sola opera pubblica sulla quale non avesse voce in capitolo. Lei, Immacolata Capone, imprenditrice, madrina e moglie di un boss ucciso. Lei, la vedova che viene ammazzata pochi mesi dopo l’omicidio del coniuge, in un agguato alle porte di Napoli a novembre del 2004, è stata per anni una sorta di ministro delle opere pubbliche per conto del boss Zagaria. Il suo ruolo era essenziale: procurarsi il certificato antimafia, l’attestato che consente ad un’impresa di aprire i battenti, di entrare sul mercato a pari merito con gli altri competitor. In che modo sia riuscita ad aggirare controlli e monitoraggi, lo hanno spiegato ieri gli inquirenti della Dda di Napoli, al termine di un’inchiesta che ha portato in cella decine di affiliati ai famigerati «casalesi». Era attivissima dovunque ci fossero interessi da tutelare, specie sotto il profilo amministrativo, nelle stanze della giunta di un comune di periferia o, vero e proprio salto di qualità, dove fosse richiesto un intervento nel grattacielo della Regione Campania. Il suo «contatto» nel Palazzo della Regione – dicono i vertici della Dda di Napoli – era rappresentato dall’imprenditore e consigliere dell’Udeur Vittorio Insigne, indagato per concorso esterno in associazione camorristica, accusa che è stata respinta dal diretto interessato nel corso del suo interrogatorio in Procura. Una madrina moderna, per dirla con gli inquirenti, lontana dalla platea giudiziaria di un’aula di Corte di Assise, ma perfettamente capace di dire la sua nel richiedere una visura camerale o nella gestione di fondi legati ad opere pubbliche. «Non la conosco e non potevo sapere che fosse legata alla camorra», ha spiegato il consigliere dell’Udeur nel corso dell’interrogatorio, mentre Immacolata Capone riusciva lì dove avevano fallito i boss di riferimento, chiudendo accordi con clan avversari e stabilendo ripartizioni di interessi criminali per ogni attività edilizia che cadeva sul suo territorio. Una logica manageriale, che l’ha portata ad intrattenere rapporti con i Moccia di Afragola per alcune opere pubbliche e ad assumere rilievo unico tra i casalesi, troppo per essere tollerato dagli uomini del suo stesso clan.






«Ho mandato il mio cavalluccio al Comune»

Casapesenna, le indagini del Ros documentano l’interferenza del gruppo Zagaria nelle elezioni amministrative




Maggio 2003, giorni di voto amministrativo. Casapesenna, e non solo Casapesenna, è in fermento. La caccia all’ultima preferenza è alle battute finali. E dopo lo spoglio, è l’ora della conta. Anche Michele Fontana, cugino dei fratelli Zagaria, è sceso in campo. Ha il suo cavalluccio che corre, come dice agli amici che lo chiamano per un appuntamento. È il cugino Salvatore a essere candidato e lui, spiega, deve andare a «trovare i voti». A urne chiuse, il candidato Carmellino ne incasserà 209, e il quarto posto tra gli eletti della maggioranza. I telefoni controllati dagli investigatori del Ros (nella foto il generale Gianpaolo Ganzer) registrano fibrillazione e «il forte interessamento di alcuni membri della consorteria mafiosa allo sviluppo e all’esito delle elezioni». Un attivismo apparentemente lecito, scriverà nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Nicola Miraglia del Giudice ma che, provenendo da «soggetti coinvolti in contesti di malavita organizzata», configurabile come «espressione della decisa volontà dei membri dell’associazione criminale di avere dei sicuri e affidabili referenti all’interno dell’amministrazione comunale». Basta un solo candidato eletto per condizionare un Consiglio? I telefoni rimandano anche altre voci, come quella di Michele Barone (tra i destinatari della misura cautelare eseguita ieri, assieme a Fontana) che si interessa di Raffaele Donciglio, primo degli eletti con 319 preferenze, di Francesco Zagaria (284) e di Giuseppe Fontana (149), penalizzato dal travaso di voti in favore di «Mariolino il ragioniere». E il gip riassume: «Dai colloqui si ricava la sicura sussistenza di un collegamento tra i vari candidati al consiglio comunale, che va ben oltre i meri e usuali rapporti tra componenti le liste elettorali e che, soprattutto, coinvolge direttamente anche soggetti responsabili dei gravi reati per i quali si procede – quali Fontana Michele e Barone Michele – pur in assenza di una seria e riscontrata militanza politica idonea a giustificare tanto assidua partecipazione». Casapesenna, che ha alle spalle due scioglimenti dell’amministrazione comunale per infiltrazione camorristica, ora trema e teme un nuovo commissariamento straordinario. Anche se, va detto, nessuno dei consiglieri eletti risulta indagato né c’è la prova della loro consapevolezza di essere semplici cavallucci mandati a correre per conto terzi. La storia che ritorna, dunque. Come torna il ruolo di Michele Zagaria e del fratello Pasquale (già condannato a 9 anni di reclusione nel processo per gli appalti Tav) nella manipolazione di commesse di rilevante interesse economico. Con un’aggiunta, questa volta: l’attività di riciclaggio svolta da Aldo Bazzini e dal figlio Andrea nel settore immobiliare. Bazzini, patrigno della moglie di Pasquale Zagaria, era comparso sulla scena imprenditoriale casertana una quindicina di anni fa. Il fatturato della sua ditta era balzato da zero ad alcuni miliardi di lire. Poi, la rapida e vorticosa ascesa, con una stabilità finanziaria e di liquidità da fare invidia a una piccola banca. Sarebbe stato Bazzini ad acquistare per conto dei fratelli Zagaria immobili di gran pregio a Milano, Cremona, Parma. Tornano anche altri nomi, nell’inchiesta. Come quelli di Gaetano Iorio e Rodolfo Statuto, oggi come allora fornitori di calcestruzzo sui cantieri controllati dalla holding Zagaria. Torna il nome di Salvatore Nobis, l’uomo «scintilla» del gruppo di fuoco casalese: coinvolto nell’attentato al caseificio «La Garofalo», distrutto dalle fiamme per non aver corrisposto i diecimila euro al mese della tangente. E spunta anche qualcosa di nuovo, un qualcosa di cui però si è sempre sospettata l’esistenza: il rastrellamento di beni finiti all’asta del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Per rilevarli era sufficiente una semplice telefonata esplorativa, si fa per dire, a chi aveva già presentato la migliore offerta e che, riconoscendo l’autorità camorristica dell’interlocutore, preferiva eclissarsi. Per non rischiare, per acquiescenza ai desideri del boss.

ROSARIA CAPACCHIONE



IL MATTINO 23 GIUGNO 2006

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