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mercoledì, Maggio 18, 2022
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Michele Zagaria, il boss «vizioso»


E ora è Zagaria, il numero uno. È Michele
Zagaria, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano,
ad essere stato posto in testa ai
latitanti più pericolosi d’Italia. Michele
Zagaria, dai molteplici contronomi: Michele
di Casapesenna, Capastorta, Manera,
è lui il capo operativo del cartello dei
«casalesi». È lui che apparentemente con
responsabilità fiduciaria ricevuta da Sandokan
e Bidognetti, opera come vertice
del cartello criminale del cemento. Michele
Zagaria è stato capace di pretendere che
la «sua» Casapesenna divenisse un luogo
capace di articolare tranquillità per la sua
latitanza e un’incubatrice attenta e efficiente
per le sue aziende. Imprese vincenti
in ogni parte d’Italia. Dalla Toscana all’Emilia,
da Sassuolo a Cracovia, le imprese
del cartello dei casalesi seguendo la scia
del cemento arrivano ovunque.Comedimostra
l’inchiesta dei pm Raffaele Cantone e
Raffaello Falcone, coordinata dal capo della
pool anticamorra di Napoli Franco Roberti,
che il 22 giugno scorso ha portato all’esecuzione
di 27 ordini
di arresto e al sequestro
di beni per quattro miolioni
di euro, gli imprenditori
del cartello dei casalesi,
coordinati da Michele
e Pasquale Zagaria
erano riusciti ad infiltrarsi
anche negli appalti
per la costruzione della
linea Alifana, a vincere gare per la costruzione
di parti degli edifici Nato del comprensorio
di Licola e ad investire in immobili
a Parma e Milano. Movimento terre, gestione
degli inerti, nolo dei macchinari, subbappalti.
Questa è la grammatica del clan
dei casalesi e in particolar modo della sua
nuova frangia dirigenziale di Casapesenna.
Zagaria in passato era riuscito a far fittare
ad un importante istituto
bancario, un edificio
abusivo costruito nel
centro del paese. Le indagini
mostrarono che
quella banca era divenuto
il vero e proprio pied
a terr del clan per i depositi
di liquidità. Come
una sorta di sportello
privato, personale della famiglia imprenditorial-
criminale. Anche dall’inchiesta attualmente
in corso presso la Procura partenopea
emerge una particolare capacità di
gestione dei liquidi. Una abilità capace di
fare a meno delle banche stesse. E così seguendo
le tracce delle indagini dellla Procura
antimafia emerge un episodio che ha dell’incredibile.
Il clan doveva vincere l’asta
per l’acquisto di un immobile a Parma. I
casalesi avrebbero sconfitto ogni concorrenza
potendo presentare la loro offerta in
liquidi, tutti sporchi e subito, come si dice
da queste parti. Ebbene non essendoci sportelli
di banca aperti, potevano rischiare di
perdere l’asta. In una notte mandano un lorouomodall’Emilia
fino al Casertano a raccogliere
500mila euro liquidi. In poche ore.
Da Casapesenna, l’«inviato» poi risale al
Nord, e il clan acquista l’immobile.Non pistole in bocca, non mitra puntati dietro la schiena.
Ma il doppio binario del capitale legale e illegale che si fondono
nelle imprese edili vincenti del cartelo dei casalesi. Ed è
proprio la qualità imprenditoriale del boss manager Zagaria
ad aver reso le sue ditte vincenti in tutt’Italia e egemoni
in tutto il modenese. Nel perverso meccanismo del massimo
ribasso degli appalti edili, Michele Zagaria e le sue imprese
edili non hanno rivali. Del resto già nelle indagini sulle infiltrazioni
dei casalesi nei cantieri Tav, documentate nelle motivazioni
della sentenza dello storico processo «Spartacus»,
il clan Zagaria aveva messo le mani ovunque ed era pronto a
ficcarsi nei cantieri dell’alta velocità sino in Calabria, mostrando
anche di riuscire a egemonizare il ciclo del cemento
nei territori delle ’ndrine. Imprese edili vincenti grazie ad
una serie di valori aggiunti illegali. Ed una capacità di disporre
di liquidità che il clan riesce a ricevere anche dal narcotraffico.
I casalesi sono da sempre restii all’espansione sul proprio
territorio di piazze di spaccio. In passato vietavano persino
che nei loro feudi passasse droga. Oggi a San Cipriano
d’Aversa come a Casal di Principe all’interno di alcune zone
franche permettono, ai ragazzini di poter fumare hascisc e
mariujana. La scelta, frutto di una politica di maggiore tolleranza
territoriale di Antonio Iovine detto o’ ninno, avrebbe
fatto impallidire Antonio Bardellino.Ma il tabù della coca
rimane. I casalesi, come spiega anche la relazione approvata
dal gruppo di minoranza della Commissione parlamentare
Antimafia a conclusione della passata legislatura, pur vendendo
grosse partite di droga (anche a Cosa nostra) evitano
di curarsi della distribuzione al dettaglio e dell’organizzazione
dello spaccio. Nel Casertano, precisamente a Mondragone,
negli anni ’90 fu fondato persino il Gad dal clan La Torre,
il presunto gruppo antidroga, una sorta di banda paramilitare
del clan che pestava chi osava drogarsi e eliminava
chiunque volesse spacciare in paese. Intanto, però, il clan
tentava di importare quanta più coca possibile dal Venezuela
e smistarla nel Lazio. Sul tabù della coca, dalle ultime
indagini, è emerso anche un particolare inquietante.Unpresunto
affiliato riporta un dialogo avuto con Zagaria dove
chiede al boss se lui ha mai tirato coca, storia che in paese già
ha fatto scandalo e che ormai gira nelle orecchie di tutti. La
risposta che lui riporta ha del letterario: «con me devi fare
come con il prete, fa quello che dico, ma non fare quello che
faccio». E nelle intercettazioni torna di continuo il tema dell’uso
di coca da parte di Zagaria. Un boss vizioso, vogliono
le malevoci, un boss solitario capace di controllare ogni fase
imprenditoriale del proprio clan, ma che cede alla coca. Eppure
Zagaria da oltre undici anni riesce a sfuggire. Non ha
punti deboli. Ha rifiutato ogni possibilità di avere una famiglia,
avendo visto che il suo predecessore al vertice, Sandokan,
ha avuto il suo punto debole proprio nella famiglia con
cui voleva continuare a vivere.MaZagaria è lì, a Casapesenna,
lo sanno tutti, lo sospettano anche gli inquirenti. Una
manciata di strade. Ma una struttura di copertura all’apparenza
inattaccabile. Una capacità organizzativa che gli ha
permesso di sparire nel nulla e di continuare
ad articolare il suo potere edile
proprio dalla latitanza. Immacolata
Capone, la camorrista manager uccisa
nel marzo 2004 a Sant’Antimo,
era il vero traitd’union tra il clan Zagaria
e gli appalti pubblici e privati in
cui sul territorio si infiltravano le ditte
dei casalesi.Nonesisteva, negli ultimi
anni in Campania, grosso appalto
in cui la Capone non riuscisse ad entrare. Secondo le indagini,
grazie anche ad appoggi politici la donna-boss riusciva a
far ottenere certificati antimafia a ditte capaci di stravincere
i subappalti ovunque. Eppure, anche dopo il blitz del 22
giugno scorso, che hamostrato i legami nazionali del cartello
dei casalesi, la stampa nazionale continua a considerare il
fenomeno camorra come confinato all’interno del perimetro
campano. Questo é il dono più prezioso che viene regalato
dai media e da certa silenziosa politica ai boss del cemento.



ROBERTO SAVIANO
Corriere del Mezzogiorno – Osservatorio sulla Legalità 30 giugno 2006

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