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Ex pugile ammazzato vicino alla Reggia


Trent’anni dopo, ha perso la vita là dove tolse la vita. Un colpo di pistola ieri, per un sinistro che allora spezzò la mandibola, e l’esistenza, di un ragazzino di poco più piccolo di lui. Per una bizzaria del destino, una sorta di nemesi, Pasquale Magno il pugile è stato ammazzato a neppure cento metri da dove uccise: all’ombra di Palazzo reale e dei viali vanvitelliani che ospitano, oggi come allora, giovani innamorati e ragazzi sfuggiti alle lezioni. Ora come allora, è stato il carattere impulsivo e irruente a perderlo: una lite alla quale ha (aveva) partecipato più per separare i contendenti che per interesse personale. L’hanno ammazzato che erano passati sei minuti dalle 7 di ieri mattina, poco oltre l’ultimo cancello della Reggia, quasi all’ingresso dell’Aeronautica militare, sotto l’occhio della telecamera che vigila sul monumento e sulla sicurezza dei militari. Due i proiettili esplosi da una Beretta calibro 7,65, uno quello andato a segno e che ha perforato il polmone di Magno, uccidendolo quasi sul colpo. È stato l’epilogo della rissa di un’ora prima all’esterno del Green Garden, il bar-gelateria che affaccia sui giardini della Flora e che resta aperto per l’intera nottata. Pasquale il boxeur, come lo chiamavano, si era messo in mezzo. Poi, quando tutti pensavano che fosse finita là, l’omicidio. Presumibilmente è stato inseguito e poi fermato dai colpi di pistola. Sono stati due conoscenti che erano con lui al bar a soccorrerlo e ad accompagnarlo in ospedale, dove però è arrivato senza vita. Intanto, alla centrale operativa della questura scattava l’allarme. Qualcuno aveva sentito sparare e aveva avvertito il 113. La volante, e poi gli investigatori della Squadra mobile, però, sul posto hanno trovato soltanto una chiazza di sangue e i bossoli dei due proiettili. La telecamera ha comunque ripreso la scena, il filmato è stato sequestrato e visionato dai poliziotti, che avrebbero già identificato le persone che compaiono in video. Nel pomeriggio sono stati fermati tre uomini, accompagnati negli uffici della squadra mobile e interrogati dal pm Patrizia Dongiacomo. Pasquale Magno, 48 anni, originario di Marcianise ma da tempo trapiantato a Caserta (viveva in una casa di viale Beneduce), era un dipendente della Regione, impiegato presso il settore foreste. Fino alla metà degli anni Ottanta aveva praticato, con discreti risultati, il pugilato. Con un sinistro, il 25 marzo del 1976, uccise Clemente Ferrara, un ragazzino di San Felice a Cancello. Colpevole, si fa per dire, di aver difeso dall’insistente, e non gradito, corteggiamento alcune ragazze incontrate nei giardini di Palazzo reale. Magno non era tra i molestatori, ma erano andati a chiamarlo perché desse una lezione a chi si era intromesso. L’aveva fatto, un pugno solo, e Ferrara era caduto pesantemente con la testa sul cordolo dell’aiuola principale. Morì quella stessa sera, a Napoli. Magno, 18 anni non ancora compiuti (e a quell’epoca si diventava maggiorenni a 21) non si fece trovare. Per tre anni, inseguito dall’ordine di cattura firmato dall’allora pretore di Caserta, Filippo Ferrucci, si nascose nella provincia napoletana. La condanna, per omicidio praeterintenzionale, fu mite. Poi la riabilitazione, l’impegno pugilistico, il lavoro fisso (ma recentemente, tra ferie e malattie, non era molto assiduo). Quasi dieci anni fa una nuova grana giudiziaria, la denuncia per cessione di stupefacenti. E le notti trascorse in strada, fuori ai bar, in una vita borderline finita così com’era iniziata.



ROSARIA CAPACCHIONE




IL PERSONAGGIO

Magno dal ring al carcere per omicidio



La sua carriera di pugile sembrava essere in ascesa. A diciassette anni, sotto la guida del maestro Salvatore Bizzarro, vinse il campionato italiano novizi con i colori della Zinzi Marcianise. Di lui gli addetti ai lavori parlavano bene. Sembrava destinato a grossi successi, magari con la Nazionale. Pasquale Magno (nella foto) sul ring, già all’eta di 15 anni, si faceva valere e notare per la sua potenza esplosiva. Ma il destino gli giocò un brutto scherzo. Quel maledetto litigio con un coetaneo finito in tragedia, quando era ancora minorenne, gli segnò vita e carriera. Sul ring tornò dopo alcuni anni. Questa volta sotto la guida del maestro Domenico Brillantino, uno che ha formato tanti talenti, su tutti l’olimpionico Angelo Musone. Magno cominciò a combattere per la Excelsior di Marcianise, una creatura di Brillantino. Nel 1981 fu battuto dal sovietico Vladimir Shin nella finale del torneo internazionale dilettanti di Jakarta, in Indonesia. Allora era un massimo leggero. L’arbitro sospese il match al secondo round dopo che Magno riportò una ferita all’arcata sopraccigliare. Per lui fu solo argento. Qualche mese dopo arrivò in finale anche agli assoluti di Grosseto (categoria mediomassimi). Andò male, invece, l’anno successivo agli assoluti di Milano. Tra i successi il prestigioso trofeo Carnera. Poi nel 1983, dopo alcune apparizioni in azzurro, passò tra i professionisti. Il suo maestro tornò a essere Bizzarro ma il nuovo mondo non gli riservò particolari soddisfazioni.


ANDREA FERRARO


il mattino 19 agosto 2006

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