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Cdr, un fallimento in sette impianti. Inchiesta del Mattino. 2


Nel piano originario dovevano essere gli anelli centrali, i garanti della tutela ambientale del sistema integrato dei rifiuti. Dovevano ridurre discariche e materiale da bruciare. Ma nel giro di due anni i sette impianti di combustibile da rifiuti (Cdr) erano già diventati il nodo dello scandalo, il tormento degli autisti in attesa di scaricare, la dannazione delle aziende che devono pagare gli straordinari, il bersaglio dei magistrati. Insomma, ridotti al rango di discariche nonostante si trovino all’interno di aree industriali. Altro che strutture a valle della differenziata dei Comuni, come recitava il contratto diventato da un anno e mezzo fa carta straccia. Hanno trattato e trattano il 100 per cento anziché il 65 per cento dei rifiuti raccolti in strada, senza differenziata, senza piattaforme di vagliatura e preselezione. Tre per Napoli e provincia, uno ciascuno ad Avellino, Benevento, Caserta, Salerno. Il primo, Pianodardine (Avellino), entrò in funzione a luglio del 2003, l’ultimo Battipaglia (Salerno) ad aprile del 2003. Semplice la procedura di trattamento: separazione doppia di secco e umido. Di tutto e di più capita invece nei macchinari che spesso vanno in tilt. Così sono ripetutamente finiti sotto sequestro, se non bloccati per impossibilità di funzionare e produrre un combustibile adeguato alle previsioni del contratto con l’ex società appaltatrice Fibe, ora solo azienda di servizio del Commissariato in seguito alla rescissione dell’appalto. Il Cdr di Tufino è chiuso da giugno perché paralizzato dalla sua stessa produzione: solo due settimane fa è stato avviato il piano di svuotamento delle balle accumulate. E nel nuovo piano che fine faranno i Cdr? Questo è ancora tutto da capire. Nessuno certo, potrà pensare di distruggere queste centrali costate 260 milioni di euro e scelte nell’ambito del piano che fu varato dal governatore Antonio Rastrelli sulla base di un ordinanza di Protezione civile firmata dall’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. Le opere di adeguamento suggerite un anno e mezzo fa per far funzionare correttamente i macchinari non sono state mai fatte, sebbene il programma fu stilato in seguito ai ripetuti interventi della magistratura per fermare anomalie, eccesso di cattivi odori, produzione di ecoballe fuori dalle regole. Nell’appalto varato ad agosto e revocato a settembre di quest’anno veniva chiesto alle nuove aziende appaltatrici di accollarsi i costi degli adeguamenti delle apparecchiature. Indicazione che ha pesato non poco sulla decisione di alcune imprese di tirarsi indietro, fino a quando con decreto del governo la gara non è stata revocata. «Certo, se si vuole bruciare meno immondizia non si potrà prescindere dai Cdr, una tecnologia che sotto diversa forma è presente in molte regioni», avvertono i tecnici del commissariato per l’emergenza. «E poi, visto che ci sono, nessuno potrà proporre di rimandare tutto in discarica o bruciare l’immondizia così com’è», aggiunge un altro tecnico. Ma c’è anche chi la pensa in maniera diversa, come i tecnici che hanno convinto a tirarsi indietro dalla gara la cordata di aziende di cui faceva parte l’Unione industriali di Napoli: «I Cdr in queste condizioni sono un intralcio. Meglio potenziare la differenziata e poi andare direttamente al recupero energetico nei termovalorizzatori». Dunque, si dovrà capire che funzione si vuole dare agli impianti Cdr e soprattutto come metterli nelle condizioni di funzionare bene. La prima terapia è la raccolta differenziata al 35% e poi ancora una ulteriore raffinazione dei rifiuti nelle piattaforme prima della lavorazione nei Cdr. Solo così si può raggiungere l’obiettivo finale del 20 per cento di materiale da termovalorizzare, il minimo che minimizza pure il ricorso alle discariche, comunque indispensabili per liberarsi degli scarti costituiti soprattutto da frazione organica stabilizzata (Fos) e sovvalli. Intanto, per tenere in funzione i Cdr, sette mesi fa il Commissariato li ha ulteriormente degradati dichiarandoli tritovagliature, accorgimento tecnico-amministrativo che ha consentito di superare i rilievi dei magistrati, a cominciare dal basso potere calorifico del combustibile stoccato. Che significa? Secondo gli esperti, il potere calorifico massimo si raggiunge soltanto con un 30 per cento di differenziata, mentre la Campania è venti punti sotto questa percentuale e negli impianti entra da sempre una quantità troppo alta di materiale umido. Quando piove, poi, c’è qualche azienda che aumenta in media del 15 per cento la sua quota di conferimento, insomma, nella macchine arriva immondizia inzuppata di acqua e va a farsi benedire il contenuto energetico. Se prima si chiamavano ecoballe da bruciare nei termovalorizzatori in costruzione ad Acerra e Santa Maria la Fossa, adesso i più, confortati dalle perizie ordinare dai pm, le definiscono immondizia impacchettata. Si potrebbe anche scherzare sulle parole se non fosse una valanga di cinque milioni di tonnellate di cui non si sa cosa fare. Mandarle all’estero? Seppellirle in discarica? Rischiare una vertenza con Fibe che ne era proprietaria e destinataria dei ricavi di energia elettrica prodotta? Una sola cosa è evidente: cento ettari della Campania sono diventati montagna di balle e due ettari al mese continuano ad essere divorati dalle balle poco ecologiche e molto sospette. 2/ continua


FRANCESCO VASTARELLA – 2 NOVEMBRE 2006

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