Covid, dall’Israele la nuova speranza per le cure: «L’anticorpo può uccidere il virus»

Ricerca vaccino covid [Foto d'archivio]

Arriva direttamente dall’Israele la speranza per una possibile cura contro il covid. Non si tratta di un vaccino, ma di una terapia sviluppata in seguito all’isolamento di alcuni anticorpi monoclonali neutralizzanti. Il primo annuncio era giunto il cinque maggio, quando nel laboratorio dell’Israel Institute for Biological Research (Ibbr), i ricercatori erano riusciti a isolare una proteina. Quest’ultima, volta inserita nel corpo di un paziente positivo al Covid, ha la funzione di immunosoppressore e permette di frenare il decorso della malattia. Fino ad una graduale guarigione.

«Non è un vaccino, ma può salvare la vita dal covid»

Dal 5 maggio, in Israele, c’era già ottimismo seppure non si trattasse di un vaccino: «Non permetterà di prevenire i contagi, ma può essere un ottimo punto di partenza per una cura efficace, in grado di salvare vite». Nelle ultime settimane, invece, i progressi sono andati avanti ed i ricercatori sono riusciti a individuare e isolare altri sette diversi tipi di anticorpi.

Il punto sulle ricerche

I ricercatori stanno lavorando ad un possibile vaccino. Dopo una prima sperimentazione sui topi i risultai sono incoraggianti, anche se la strada è ancora lunga. Rimangono infatti possibili le mutazioni del virus e, di conseguenza, il vaccino potrebbe anche rivelarsi inefficaci. Proprio per questo motivo si cerca di trovare un vaccino passivo, che possa curare i pazienti in caso di contagio anche se non può prevenire la stessa infezione.

«Buttare le mascherine monouso», il coronavirus resiste fino a 4 giorni: il rapporto dell’Iss

Coronavirus. Il virus Covid-19 può rimanere all’interno del tessuto delle mascherine fino a quattro giorni di seguito. È quanto spiega il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità.«Raccomandazioni ad interim sulla sanificazione di strutture non sanitarie nell’attuale emergenza Covid-19».

Riguardo alla stabilità nel tempo del coronavirus su differenti superfici il rapporto rileva come nello strato interno delle mascherine chirurgiche le particelle infettanti sono rilevate fino a 4 giorni dopo. «I dati riportati sono il frutto di evidenze di letteratura scientifica – spiega all’ANSA Paolo D’Ancona, medico epidemiologo dell’Iss. Declinate in base alle situazioni ambientali, ad esempio al coronavirus resistono meglio a temperature basse e in ambienti umidi.

Il fatto che sopravvivono, inoltre, non significa di per sé che trasmettano la malattia. Se ci sono poche particelle virali, infatti, la carica infettante è minore. Purtroppo però non si conosce quale sia la dose minima per infettare, anche perché dipende anche dalle difese immunitarie dei singoli individui. Pertanto, bisogna stare sempre molto attenti».
«Le mascherine lavabili – prosegue D’Ancona – vanno usate una volta sola e poi messe subito in lavatrice, senza poggiarle sui mobiliQuelle monouso invece gettate nella raccolta indifferenziata subito dopo l’utilizzo. In entrambi i casi toccate solo sugli elastici, lavandosi prima e dopo le mani. Attenzione infine a non gettarle a terra, il rischio infettivo è minimo ma l’impatto sull’ambiente è alto».

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