Prima di essere uccisa con 24 coltellate da Gianluca Soncin, il 52enne che martedì sera ha fatto irruzione in casa sua con una copia delle chiavi, Pamela Genini aveva già vissuto mesi di paura e di violenza. Una relazione tossica, iniziata poco più di un anno fa, che fin dai primi tempi aveva mostrato segni evidenti di pericolo. Nel settembre del 2024 la ragazza si era recata al pronto soccorso di Seriate (Bergamo) dopo essere stata picchiata. “Mi ha strattonato, mi ha tirato i capelli, mi ha fatto male. Non è la prima volta che succede”, raccontò ai medici. Le fu riscontrata la frattura di un dito: venti giorni di prognosi, ma soprattutto il segnale di un incubo che sarebbe continuato. I sanitari segnalarono l’episodio ai carabinieri, ma Pamela non volle sporgere denuncia. Per questo non venne attivato il Codice Rosso e nessuna misura di protezione fu disposta. Un’occasione mancata che, col senno di poi, avrebbe potuto salvarle la vita.
La gravidanza e la decisione di abortire
Pochi mesi dopo, la violenza si fece ancora più profonda. Secondo quanto raccontato da un ex fidanzato di Pamela, la giovane rimase incinta di Soncin nel maggio 2024, appena due mesi dopo l’inizio della relazione. Ma la gioia di una possibile maternità si spense subito: decise di interrompere la gravidanza. “Mi disse che non voleva avere un figlio da quell’uomo”, ha spiegato l’ex compagno. Quell’uomo che la controllava, la isolava dagli amici e dalla famiglia, e che la minacciava di morte ogni volta che tentava di lasciarlo. “Le diceva: se mi lasci ti ammazzo”, ha raccontato. Pamela sognava un futuro sereno, desiderava una famiglia, ma capì che non poteva legare per sempre la propria vita a un uomo violento. La decisione di abortire fu un atto di lucidità e di coraggio in mezzo alla paura.
Un dramma che poteva essere evitato
Nei mesi successivi, la spirale di abusi continuò. Nessuna segnalazione finì nelle banche dati del sistema “Scudo”, e quando la polizia intervenne a casa di Pamela nel maggio scorso, non risultavano precedenti né denunce. Fino alla sera del massacro, quando Soncin ha messo fine alla vita della donna che aveva già privato della libertà e della pace, e che tempo prima aveva cercato almeno di non dare la vita a un figlio destinato a quell’inferno.


