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lunedì, Settembre 26, 2022
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Omicidio al bar Roxy ad Arzano, killer con i giorni contati. I pentiti Cristiano: «Mi ha parlato del delitto»


Un fiume in piena. Di retroscena, di precisazioni, di nomi e cognomi. Come quelli dei killer di Salvatore Petrillo, ucciso nella mattanza del bar Roxy ad Arzano il 28 novembre dello scorso anno. Questo il contenuto di alcuni scottanti verbali resi da Pietro e Pasquale Cristiano ai magistrati: pagine e pagine in cui vengono ricostruiti gli scenari che hanno portato alla morte di Petrillo e alla ‘guerra dichiarata’ contro il gruppo di Giuseppe Monfregolo. E’ Pietro Cristiano a riferire di aver ricevuto una soffiata da Pasquale Abate che gli avrebbe riferito cosa accadde quel giorno, rivelazioni che avrebbe pagato a caro prezzo con un pestaggio in carcere ad opera di Angelo Gambino:«Era nella mia stessa sezione dopo gli ultimi arresti, quando eravamo liberi io lo vedevo quando portava i soldi dello spaccio a Mariano Monfregolo, mi portava rispetto e gli ho chiesto dell’omicidio di mio nipote Salvatore Petrillo, lui mi ha detto che….». Sempre Cristiano poi aggiunge:«Per questa cosa, di avermi raccontato dell’omicidio, è stato poi picchiato in carcere da Angelo Gambino». Dichiarazioni che, una volta accertate, potrebbero portare ben presto all’identificazione del commando che uccise il nipote di Pitstik.

L’articolo precedente. Una lettera sancì la nascita del clan Cristiano ad Arzano

Un’ascesa rapida. Inarrestabile. Quella del clan della 167 di Arzano come raccontata dai neo collaboratori di giustizia Pietro e Pasquale Cristiano che hanno così deciso di fare il ‘grande salto’ e passare dalla parte dello Stato come riportato in anteprima nei giorni scorsi da Internapoli (leggi qui l’articolo).  E’ il 31 maggio scorso quando Pietro Cristiano annuncia la sua volontà ai magistrati. «Confermo la volontà di collaborare con la giustizia e preciso che ho chiesto alla Polizia Penitenziaria di restare nel Reparto dove sono allocato per il timore di ritorsioni. Nel reparto hanno i telefoni cellulari e comunicano con l’esterno. Stamattina, nel corso dell’interrogatorio di mio figlio Pasquale erano tutti nella stanza a chiedermi perché non tornava dopo tanto tempo. Sono stato detenuto dal marzo 2018 fino al 20.5.2020 per il reato di estorsione, per il quale sono stato assolto perché non l’ho commessa. Voglio specificare che ho sempre fatto parte del clan della 167 di Arzano fin dalla sua nascita e fino al mio arresto. L’ho fatto per proteggere mio figlio, ma poi progressivamente ne sono entrato a far parte. Ho una lista di tutte le estorsioni commesse (sia mensili che in occasione delle festività). Per un periodo di assenza di mio figlio, appena scarcerato, ho di fatto retto il clan come persona di fiducia».

La nascita del clan, gli omicidi e le estorsioni: parla Pietro Cristiano

Cristiano è poi entrato nello specifico raccontando ai magistrati di diversi omicidi:«Posso riferire in merito alla preparazione e consumazione dei seguenti omicidi». Molto ‘ricchi di retroscena’ i verbali relativi all’ascesa del suo gruppo, dalla rivalità con Ciro Casone all’amicizia, rivelatasi poi decisiva, con ‘quelli di Melito’:«Nel 2013 frequentando il Rione c’era una baracca dove il padre dei Monfregolo vendeva le sigarette di contrabbando. Nel dicembre 2013 ci avvicinò una 600 grigia con a bordo il gemello, genero di Ernestino di Casavatore, e Casone Ciro. Casone minacciò me e il padre di Monfregolo dicendo “a te t schiatt a capa”. Ebbi una discussione con Casone, sí affacciarono i familiari di Monfregolo. Quando Casone, dopo mezz’ora, andò vía scese da casa Monfregolo Giuseppe che si fece raccontare la storia. Il giorno dopo iniziò a frequentare gente di Melito, Napoleone e Russo, che incontrava fuori alla caffetteria Colombo. Quando gli chiedevo di quelle frequentazioni, preoccupato perché era un compagno di mio figlio, lui mi diceva di non preoccuparmi».

Il giro di estorsioni di quelli di Arzano

Il racconto di ‘Pitstik’ poi continua:«Dal 2014 hanno comandato mio figlio Cristiano Pasquale e Monfregolo Giuseppe. Noi della famiglia Cristiano e Monfregolo eravamo arrabbiati con Casone per varie ragioni. Anche perché venivano a fare le stese nel Rione». Cristiano ha poi riferito che quindici giorni dopo l’omicidio Casone-Ferrante arrivò una lettera scritta da Napoleone al figlio Pasquale e a Monfregolo Giuseppe, dicendogli che dovevano farsi vedere in giro perché le cose erano cambiate:«Da quel giorno abbiamo cominciato a fare le estorsioni ad Arzano: Io, Monfgegolo Giuseppe, Cristiano Pasquale, Russo Gennaro, Russo Francesco Paolo, Gambino Angelo Antonio e Napoleone Renato. Iniziammo ad incontrarci in una casa dì mio cognato, Onorato Ludovico, al secondo piano. Le estorsioni le facevamo noi. Russo Gennaro girava per fare le estorsioni, con un’altra persona della quale non ricordo il nome. Una volta al mese ci vedevamo per tenere la contabilità che curavo io. Monfregolo Giuseppe, col fratello Mariano, gestiva le piazze di spaccio. Dopo l’arresto di Napoleone, Gambino e Russo, io sono entrato in quota con mio figlio Pasquale e Monfregolo Giuseppe. È stata una loro decisione, tenuta nascosta ai capi. Io sono stato designato come responsabile. Abbiamo continuato a fare le estorsioni. Mio figlio si occupava di Frattamaggiore, Frattaminore e Caivano. Intendo dire che frequentava altre persone, tra i quali il cognato Mormile Vincenzo e Giordano Michele».

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