Tutta la notte sveglio a giocare ai videogames, muore d’infarto a soli 17 anni

Ore e ore chiuso in casa a giocare ai videogames, tutta la notte sveglio con gli occhi attaccati allo schermo. Il mattino poi la tragica scoperta dei genitori: il giovane, che aveva approfittato delle vacanze scolastiche per dedicarsi solo al gioco, era deceduto nella sua cameretta.

La madre e il padre da tempo cercavano di esortarlo a non giocare troppe ore, lui si limitava solo a diminuire il tempo che trascorreva al pc per poco poi riprendeva. Il giorno della tragedia aveva trascorso l’intera nottata sveglio in camera, i genitori gli avevano portato la cena e gli avevano chiesto di smettere, ma lui ha insistito.

Secondo quanto riporta il Daily Mail, sarebbe stata l’assenza di sonno a causare uno stress tale da danneggiare il cuore e indurgli l’infarto. I fatti sono successi a Udon Thani, nel nord della Thailandia. Purtroppo però, anche nel nostro paese, sempre più ragazzini passano ore e ore davanti ai videogiochi, esponendosi a pericoli per la salute.

Esempio lampante è quello del bambino casertano che circa un mese fa, dopo un’intera giornata passata davanti alla Playstation, fu ricoverato d’urgenza in ospedale CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO

La dipendenza dai videogame

La dipendenza da videogame, conosciuta anche come ‘gaming disorder’, è ufficialmente una malattia mentale. A scriverlo nero su bianco è l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che l’ha inserita nell’ultimo aggiornamento dell’elenco di tutte le patologie, l’International classification of diseases (Icd).

La dipendenza da gioco digitale, dice l’Oms, consiste in “un modello di comportamento di gioco persistente o ricorrente (gioco digitale o videogame), che può essere online su Internet o offline e che prende il sopravvento sugli altri interessi della vita“. Per poter parlare di malattia mentale, però, devono essere presenti alcune condizioni specifiche: perdita di controllo sul gioco (in termini di frequenza, durata, intensità); la crescente priorità che viene data a questa attività a discapito di altre attività quotidiane; il continuare a giocare con le stesse modalità nonostante il verificarsi di conseguenze negative per la salute. La diagnosi può essere fatta solo se questo schema di comportamento dura per almeno un anno o se tutti i requisiti sono rispettati e i sintomi sono molto gravi.

Quando è presente come un disturbo vero e proprio, il ‘gaming disorder’ è di “gravità sufficiente a causare una compromissione significativa nelle aree di funzionamento personali, familiari, sociali, educative, professionali o di altro tipo. Il suo inserimento nella “enciclopedia” delle malattie (sono più di 55mila quelle presenti) è fondamentale perché si tratta di un punto di riferimento globale nella sanità e – spiega l’Oms – fornisce un linguaggio comune che consente agli operatori sanitari, a qualunque latitudine, di condividere informazioni mediche. I medici di tutto il mondo, quindi, potranno iniziare a diagnosticare la dipendenza da videogame. Anche in Italia, dove secondo la ricerca Espad 2018 sono 270mila i ragazzi che nei confronti di internet hanno un comportamento “a rischio dipendenza”. Lo testimoniano le storie di giovanissimi finiti in terapia per uscire dall’ossessione dei giochi online raccontate su Fq Millennium.

La nuova versione dell’Icd sarà presentata all’Assemblea mondiale della sanità nel maggio 2019, per poi essere adottata dagli Stati membri fino all’entrata in vigore effettiva prevista per gennaio 2022. Ma sono già state diffuse delle anticipazioni, come quella del ‘gaming disorder’, per consentire ai Paesi di pianificare come usare il nuovo manuale, preparare delle traduzioni e formare i professionisti del futuro.

Epilessia fotosensitiva, quando i videogiochi sono un pericolo

Fenomeno sempre più in ascesa negli ultimi anni è quello dell’epilessia fotosensitiva. Si manifesta quando gli stimoli luminosi possono diventare pericolosi. Non fanno eccezione dunque quelli derivanti dai videogames. A tal proposito, uno studio riportato da ‘Humanistas Salute’ ci aiuta a capire meglio il fenomeno:

“Claudio, un bambino di dieci anni, è un appassionato giocatore di videogiochi da collegare alla Tv. Dopo alcune ore trascorse con il viso appiccicato al video, viene preso da contrazioni e scosse muscolari che continuano per un minuto dopo l’interruzione del gioco. Cos’è successo? Claudio è uno dei 5-8 bambini su 1.000 che soffrono di epilessia fotosensitiva, per i quali gli stimoli luminosi possono diventare pericolosi.

In alcuni episodi di cronaca i videogiochi sono stati messi sotto accusa per avere provocato assenze e convulsioni; secondo gli esperti, però, la loro pericolosità è reale solo per chi soffre di epilessia fotosensitiva e per chi, non avendo mai avuto una crisi, non sa di essere fotosensibile. Uno dei casi più discussi è stato quello dei 685 bambini fotosensibili che nel 1997 in Giappone ebbero una crisi epilettica guardando il cartone animato Pokemon, che fece raggiungere al loro cervello uno stato di sovreccitazione.

Il motivo? La presenza, nelle immagini, di un eccessivo contrasto luminoso.
Non la velocità dunque né il contenuto degli stimoli visivi, ma la differenza di luminosità tra gli elementi chiari e quelli scuri è in grado di scatenare una crisi di quella che i quotidiani hanno chiamato epilessia da videogame.

«Il cervello di chi soffre di epilessia fotosensitiva manca proprio del meccanismo di controllo che consente di tollerare il contrasto» dice Vittorio Porciatti, neurofisiologo e ricercatore Dipartimento di oftalmologia dell’Università di Miami, autore di uno studio in proposito pubblicato da Nature Neuroscience nel 2000. «Il cervello, che funziona in modo da cogliere efficacemente lo stimolo, amplifica il segnale luminoso quando è minimo e lo deprime quando è troppo forte.
I soggetti fotosensibili non hanno questa sorta di compensazione, e davanti a un forte contrasto visivo la loro attività cerebrale continua ad aumentare, porta il cervello in un pericoloso stato di sovreccitazione e può causare attacchi di epilessia».

Una volta diagnosticata, l’epilessia fotosensitiva deve essere curata. «A Claudio è successo con un videogame collegato alla televisione. Da quel primo attacco epilettico, il bambino presenta talvolta brevi assenze mentre guarda la televisione; le assenze sono attacchi di intensità minore e limitati prevalentemente alle aree visive. Claudio assume ogni giorno farmaci in grado di ridurre l’eccitabilità del cervello stimolato dalle immagini; lo scopo è quello di evitare un secondo attacco epilettico, che potrebbe aumentare il rischio di avere altre crisi e di riportare un danno cerebrale».

«Sappiamo che nella fascia di età che va da 4 a 14 anni il 5-8 per mille dei bambini soffre di epilessia fotosensitiva, ma a questi vanno aggiunti coloro che, non avendo mai avuto una crisi, non rientrano nelle statistiche e non sanno che gli stimoli visivi potrebbero portarli ad avere assenze, svenimenti, allucinazioni o crisi con contrazioni muscolari» spiega Porciatti. «Le ragazzine per esempio, che hanno una probabilità doppia rispetto ai maschi di essere fotosensibili e hanno un diverso modo di trascorrere il tempo libero, più facilmente possono avere una crisi a causa dei flash di luce utilizzati nelle discoteche».

Le avvertenze sulle confezioni dei videogiochi raccomandano di interrompere il gioco ogni ora, di essere distanti dallo schermo e di non giocare se si è stanchi o ci si trova in una stanza poco illuminata, a testimonianza del fatto che il modo di utilizzare gli strumenti sofisticati che oggi fanno parte della vita quotidiana può essere decisivo nel renderli dannosi: l’eccessiva vicinanza allo schermo, dovuta nel caso di Claudio al fatto che il cavo di collegamento era troppo corto, ha avuto una parte importante nel concorrere a scatenare la crisi epilettica.