Dai campetti di Secondigliano alla serie A col Benevento: la favola di Salvatore Nardi

A sinistra il direttore sportivo del Benevento Pasquale Foggia, a destra Salvatore Nardi

Sono trascorsi pochi minuti da triplice fischio finale. E’ il 29 giugno quando il Benevento, grazie ad una rete di Marco Sau, batte la Juve Stabia e ritorna in serie A. Si chiude così una stagione epica, che la squadra giallorossa ha dominato giocando un calcio bello, efficace e grintoso coniugando solidità difensiva alla capacità di mettere in campo giocatori con spiccate doti offensive. Nei minuti successivi alla vittoria il direttore sportivo Pasquale Foggia invece di lasciarsi andare alle solite frasi di circostanza vuole ringraziare due persone in particolare, Salvatore Nardi e Natino Varrà. I suoi ‘colonnelli’, due ‘angeli custodi’ che lo hanno assistito durante questa cavalcata trionfale. Parole che fanno capire cosa significa non solo essere una squadra ma una vera e propria ‘famiglia’. Di questa famiglia fa parte integrante proprio Salvatore Nardi, un ‘figlio’ di Secondigliano che dopo una dura gavetta si affaccia alla massima serie. Una vita fatta di sacrifici e tanto impegno: doti imprescindibili che l’hanno portato prima a diventare osservatore Figc (superando un supercorso dove a fronte di 7mila domande circa i vincitori sono solo 45) e poi a iniziare una cavalcata trionfale che l’ha portato nel gotha del calcio. Salvatore infatti si occupa dello scouting per l’Italia e l’estero per la prima squadra. Una marcia trionfale che parte dalla periferia di Napoli, da quella Secondigliano troppe volte finita al centro delle cronache per episodi negativi.

Da Secondigliano alla serie A, un bel salto, un percorso fatto comunque di sacrifici e di tanto impegno. Puoi dirci quanto è stato difficile?

Partire dalla periferia ti aiuta a crescere prima, a diventare ‘grande’ anzitempo. Nel mio caso sono partito dal basso, dal bassissimo. Ma la gavetta ti aiuta ad apprezzare le conquiste e soprattutto a non ‘soffrire di vertigini’.

Il Benevento è una famiglia allargata fatta di tanti napoletani, è questo uno dei segreti del successo del team?

Napoletani e non, il nostro segreto è il gruppo. La famiglia Vigorito nelle persone del presidente, delle figlie e dei generi quotidianamente trasferiscono la loro semplicità e il loro tasso umano fuori dal comune. I meriti della nostra armonia sono da ripartire tra il direttore Foggia ed il mister Inzaghi, due persone di cui nutro una stima incondizionata. Sai quando la mattina ti svegli con il sorriso per quello che andrai a fare? Questo è quello che mi accade da 4 anni a questa parte.

Che rapporto hai con il presidente direttore Foggia e lo staff?

Non credo di aver mai conosciuto una persona più umile del direttore Pasquale Foggia. Una mosca bianca in un mondo dove ci si sente importanti con molto molto meno. Oltre la competenza che con i risultati è sotto gli occhi di tutti, lo spessore umano è di un valore smisurato. Sempre pronto a sostenermi anche con consigli che esulano dal calcio. Sono fiero ed onorato di poter far parte per il quarto anno consecutivo del suo staff, triade che si completa con il direttore Fortunato Varrà, persona competente e sempre disponibile.

Quanto c’è del tuo quartiere d’origine, quanto ti sei portato dietro nell’arco della tua carriera?

Molto, mi ha insegnato tantissimo. Nulla si ottiene senza il lavoro quotidiano. L’educazione, il rispetto ed il sacrificio sono alla base del mio credo quotidiano. Porto il mio quartiere sempre nel cuore. In squadra con me a Benevento c’è un altro Secondiglianese doc: Gaetano Letizia. Spesso parliamo della nostra adolescenza, delle partite giocate per strada, dove gli zaini rappresentavano i pali della porta.

Nel mondo del calcio dicono sia facile ‘perdersi’. Cosa serve per non perdere la bussola e per restare ancorati ai propri obiettivi?

Bisogna essere bravi nel saper gestire i momenti no. Nel calcio, come nella vita , spesso capita che ci siano. Venire dalla ‘strada’ ti fortifica a superare gli incidenti che possono presentarsi lungo il percorso.

Hai notevole esperienza nelle serie minori, quanto c’è da imparare da queste?

Per me le serie minori sono il fulcro del calcio. Adoro, quando posso, andare in giro su e giù per lo stivale con la speranza di trovare il ‘talento di periferia’. Molte volte si trovano profili che, per un motivo o per un altro, non sono subito esplosi nei settori giovanili di prima fascia.  L’emblema per eccellenza è Ciro Immobile che a 17 anni era ancora con me in C2 a Sorrento. Non tutti i calciatori hanno lo stesso processo di maturazione.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Insieme a Fortunato Varrà mi occupo dello scouting Italia ed Estero prima squadra: ovvero della scrematura divisa per nazioni e campionato dei profili che potrebbero fare al caso nostro. Una sorta di ‘consiglieri’, dove naturalmente l’ultima parola spetta sempre al direttore.

Com’è cambiato il calcio italiano negli ultimi anni tu che lo stai vedendo e vivendo da dentro?

Sicuramente si è tornato a dare peso specifico ai giovani nostrani. Negli ultimi anni molti talenti sono saliti agli onori della cronaca, ‘notizie’ che ben ci fanno sperare nel prossimo futuro.

Nel calcio come nella vita conta quel quid in più, quel fuoco che ti spinge ad andare oltre. Quanto fa la differenza essere di Napoli in questo mondo, quanti talenti da scoprire ci sono nella nostra terra?

Napoli, come la Campania, è una grande fucina di talenti. Siamo rimaste una delle poche regioni dove si gioca ancora per strada. Basti vedere che il miglior attaccante italiano è napoletano, il mio portiere italiano è napoletano, il miglior esterno d’attacco è napoletano. In ordine Immobile, Donnarumma ed Insigne. Senza dimenticare lo stabiese 2002 dell’Inter Sebastiano Esposito che è tra i 30 talenti europei più importanti.

Il prossimo anno ritroverai il Napoli da avversario…

Sarà una grandissima emozione tornare con colori diversi. Gran parte della mia carriera è proprio legata agli azzurri, avendo militato quasi 10 anni con il club partenopeo.

Un sogno nel cassetto che prescinda anche dal mondo del calcio

Spero di poter costruire una famiglia solida con alla base la serenità e i valori che mi hanno inculcato i miei genitori. Ma senza fretta, ho già parlato con il prete, perché pur volendo tra un po’ si parte il ritiro.

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