La drammatica morte di Tiziana Cantone non è stata vana. La sua vicenda privata, dolorosa e tragica, permette di tutelare e preservare le vittime della diffusione di video privati. Il cosiddetto “Metodo Cantone” è uno degli strumenti principali adottati da alcune Polizia giudiziarie italiane per scoprire le false identità in rete e risolvere casi di «revenge porn».

Dopo mesi di «sperimentazione» – riporta il Mattino – il metodo è ora ufficialmente usato da Carabinieri e Polizia Postale, che si sono rivolti, per indagini in corso a Venezia, Roma, Cagliari e Milano, agli esperti di Emme Team, il gruppo di studi legali americani ed europei che aiuta le vittime di «revenge porn», e che ha ideato il metodo intitolandolo a Tiziana Cantone, vista come simbolo di speranza per tutte le vittime del web. Nei mesi scorsi, alla Procura di Napoli, sono stati denunciati 103 presunti responsabili della diffusione dei video privati di Tiziana Cantone, o a quella di una donna che a Napoli ha rubato l’identità di una minorenne per creare un falso account.

Il metodo si basa sull’obbligo giuridico che ogni compagnia ha, negli Stati Uniti, di immagazzinare, senza poterli utilizzare, i dati di chi apre un account sulle proprie pagine, come il numero di cellulare, l’email usata come riferimento e in contemporanea la geo-localizzazione del dispositivo, la marca di quest’ultimo e di conseguenza l’intero traffico internet generato; alla vittima di «revenge porn», basta quindi compilare un modulo sul sito di Emme-Team, e richiedere gratuitamente il blocco dell’immagine. Se è vero infatti che i colossi del web non sono per legge responsabili di ciò che gli utenti postano miliardi di volte ogni giorno sui loro server, lo sono però quando viene violato il diritto d’autore di un testo, di un video, di una foto, o quando se ne faccia un uso improprio, e quando vengano informati tramite questo metodo.

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