GIUGLIANO – Una folla commossa ieri pomeriggio ha salutato per l’ultima volta Salvatore Gravina, il ventiquattrenne di Melito deceduto in circostanze ancora misteriose quattro giorni fa. Il malore durante la notte, dopo aver trascorso due giorni a letto a causa dell’influenza. Poi la corsa all’ospedale di Giugliano, dove non sono valsi purtroppo a nulla i tentativi dei medici di rianimarlo. Una tragica fine e un mistero fitto che soltanto i risultati dell’autopsia potranno svelare. Esami anche sui farmaci utilizzati da Salvatore, le analisi sono sollecitate anche dalle aziende produttrici per sciogliere ogni dubbio: le due scatole sono state sequestrate dagli inquirenti. Dunque, che cosa ha ucciso Salvatore? La micidiale miscela di farmaci? O un male sconosciuto? Una errata composizione dei medicinali? O una intolleranza ai due farmaci utilizzati insieme per combattere l’influenza?
La risposta potranno darla soltanto i periti nominati dal tribunale, i tossicologi che dovranno eseguire le perizie e che consegneranno i risultati nei prossimi giorni al sostituto procuratore che sarà nominato per l’inchiesta. Anche gli inquirenti, così come la famiglia, escludono che a causare la morte possa essere stato l’uso di una sostanza stupefacente. Ipotesi esclusa anche sulla base dei primi accertamenti condotti dagli agenti del commissariato di Giugliano, coordinati dal vicequestore Alberto Francini.
«Com’è possibile morire a quest’età per un banale raffreddore?», si chiedono i familiari e gli amici d’infanzia in lacrime. Per Salvatore, secondo di cinque figli, operaio in una fabbrica di trasformatori elettrici, potrebbe essere stato fatale il cocktail di antinfluenzali che aveva preso per curarsi. Le ipotesi dei medici sono diverse, dallo choc anafilattico all’intolleranza verso uno dei farmaci assunti (a base di acido acetilsalicilico e di paracetamolo), ma solo l’esito dell’autopsia potrà chiarire le vere cause della morte. L’attesa delle perizie potrebbe durare anche quaranta giorni, attesa che aggiunge dolore allo strazio di una famiglia che aspetta con ansia di conoscere la verità, di darsi una ragione della tragedia. «Il nostro Salvatore», dicono a casa Gravina, «era sano e forte».
Ieri ad attendere la salma nella chiesa «Beato Vincenzo Romano» c’erano centinaia di persone. Il silenzio rotto dai singhiozzi sommessi della madre Franca, stretta al marito Cosimo. Tra i banchi è un unico abbraccio tra fratelli, cugini, nipoti, amici di infanzia, vicini di casa. La folla che partecipa alla celebrazione funebre è una folla composta soprattutto da giovani. Gli amici del quartiere, tutti nati e cresciuti a ridosso di via Melitiello, in pieno centro storico.
Il mistero che avvolge la morte del giovane impedisce a tutti di rassegnarsi. Significative le parole di don Carlo Cicala, che celebra la messa e benedice il feretro: «Bisogna pregare, per Salvatore e per i suoi familiari, e trovare conforto nella fede e sopravvivere al dolore». La commozione non risparmia nessuno. Alcune signore se lo ricordano mentre sgambettava per il viale. Enza, un’amica di famiglia, ha i figli coetanei del giovane morto: «Salvatore lascia un grande vuoto». Hanno un sussulto e si stringono in un nuovo abbraccio i familiari. Piangono i ragazzi che alzano in spalla la bara e poi la seguono a piedi fino al cimitero.
TONIA LIMATOLA – IL MATTINO 1 MARZO 2003

