IL COMMENTO DEL MATTINO
di
Roberto Ciuni
Oltre al dolore, le tragedie sul lavoro che capitano nel Mezzogiorno suscitano rabbia e frustrazione; quasi sempre c’è in esse un qualcosa che impedisce di parlare soltanto di fatalità: o l’incuria o la faciloneria o la scarsezza dei controlli o, peggio ancora, le condizioni delle aziende. Da quanto finora ne sappiamo, non è il caso della sciagura avvenuta a Pascarola, dove lo scoppio di una cisterna con ventimila litri di azoto liquido che serviva a raffreddare i vapori in una fabbrica di vernici per auto ha ucciso quattro operai.
Una settimana fa i pannelli di controllo avevano indicato delle anomalie e la cisterna era stata subito revisionata. Alla fine del turno di notte tra sabato e domenica le anomalie si sono ripresentate e i due operai «smontanti» non solo hanno chiamato la manutenzione, ma si sono fermati sul posto per spiegar meglio cosa avevano registrato. Proprio nel momento in cui si stavano ricontrollando i pannelli, la cisterna è saltata in aria dilaniando i due del turno di notte, il tecnico dei controlli ed un quarto dipendente dello stabilimento.
Un’inchiesta accerterà perché questo è accaduto. Un guasto? Un errore? Un difetto? Certo, non pare che siamo di fronte ad una di quelle aziende che ignorano le regole della sicurezza; ad ascoltare le voci correnti a Pascarola, che parlano di procedure quasi maniacali da rispettare all’interno dello stabilimento, si direbbe il contrario. Ma anche se dovessimo alla fine escludere responsabilità aziendali, insieme al dolore per i quattro operai morti salirà al cuore egualmente un moto di rabbia.
Certe volte viene da pensare che sul lavoro nel Sud pesi una sorta di maledizione. Ottenerlo è già una grande fatica, patimento da sopportare come se si andasse da una posta all’altra di una Via Crucis operaia fatta di disoccupazione e d’attesa. Mantenerlo è sovente difficile, un secondo viaggio nell’incertezza pur nei casi – pensiamo a Termini Imerese – in cui il «padrone» si chiama Fiat ed aveva trasmesso ai dipendenti la serenità del suo marchio. A parte alcune fortunate oasi, conquistato un posto stabile assai spesso si scopre, inoltre, che sono precarie le condizioni in cui va svolto il lavoro oppure che i relativi rischi sono stati minimizzati. Diciamocelo francamente, alcune produzioni in una maniera o l’altra «difficili» trovano localizzazione soprattutto nel Mezzogiorno. Basti pensare alle inquinanti raffinerie di petrolio che negli anni Cinquanta furono impiantate in Sicilia o in Sardegna sottraendo grandi aree al turismo di mare dando in cambio pochi posti di lavoro e molti fumi di veleno che ammorbano l’aria. Per una specie di legge del trapasso da diseredati a diseredati, oggi i lavori sgraditi – vedi nelle serre, rese simili a camere a gas dai prodotti chimici usati – sono affidati agli extracomunitari ma qui non si parla delle situazioni estreme né del problema dello sfruttamento; si parla del lavoro operaio ufficialmente benedetto dalla normativa vigente.
Una sorta di maledizione, dicevamo, frustrante quanto frustranti sono le ricostruzioni storiche della via meridionale al lavoro decoroso. Quando muore un operaio, muore una parte delle nostre conquiste civili realizzate con tanta fatica nell’arco di un secolo e mezzo; sia fatalità, sia altro, muore un pezzo dell’avanzamento sociale del Mezzogiorno.
IL MATTINO 14 APRILE 2003
PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ


