HomeCronacaAnnalisa: usata come scudo dal boss, colpita dai killer

Annalisa: usata come scudo dal boss, colpita dai killer

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di MAURIZIO CERINO




NAPOLI. Un urlo squarcia Forcella. Riecheggia un nome, Annalisa. Un uomo da un balcone si dispera, si sbraccia, grida, fissa l’ingresso del suo stesso palazzo, indica qualcosa, un corpo di ragazza, a terra. Si precipita in strada, la solleva tra le sue braccia, la testa senza più forza, cade all’indietro. Sangue che scivola da quel corpo parla di tragedia. Quell’urlo, più degli spari che l’hanno preceduto, fa aprire finestre, affacciare gente. Scuote il popoloso rione-strada peggio di un terremoto. Sono pochi attimi, la folla s’impossessa di via Vicaria Vecchia. Si assiepa davanti a quell’anonimo portone, al civico 22.
Il «solito» raid di camorra, ma stavolta hanno drammaticamente sbagliato: hanno colpito una innocente, Annalisa Durante, 14 anni. Hanno colpito lei che fuggiva, ma il loro obiettivo doveva essere un altro, un ventenne che stava a bordo di una Suzuki poco distante da Annalisa e dalle due coetanee (una cugina e un’amica). Un ventenne che già ha conosciuto il carcere, in libertà da due mesi. Un cognome che un tempo incuteva timore ed evocava rispetto: Salvatore Giuliano. Insomma, un cognome pesante che fino a qualche anno fa garantiva la condizione di «intoccabile», uno status dentro e fuori Forcella. Oggi forse diventato scomodo. Ma Annalisa con queste logiche non c’entrava per niente, l’unica sua colpa era vivere a Forcella.
Sabato sera, sono passate da poco le 23. Fino a un attimo prima la ragazza ride e scherza con le cugine, le amiche. Son venute a chiamarla sotto casa. L’unico permesso che le concede papà Giovanni è di restare davanti al portone senza allontanarsi, sotto il suo sguardo vigile. È il solo svago del sabato sera mentre, con un tantino d’invidia, osserva altre ragazze, le «grandi» uscire in auto in gruppo, verso le discoteche. E in mancanza d’altro la musica la ascoltano in strada, davanti casa. A loro s’unisce Salvatore Giuliano, forse per esercitare il «fascino» del ventenne con un pedigree conquistato sul campo. Un fascino che non prende Annalisa, mentre altre sì, eccome. Ma lui resta lì, forse proprio perché non gli viene tributata l’attenzione che lui ritiene spettargli.
Annalisa e le amiche sono appoggiate a una Suzuki, parcheggiata proprio davanti casa. Sentono musica. C’è sempre Salvatore. Rumori di moto alle loro spalle, non è insolito. Ma i rombi delle moto s’interrompono; Salvatore Giuliano, d’istinto, si guarda attorno; nello stesso istante i primi secchi botti di pistola. È il terrore.
Le ragazze urlano. Salvatore Giuliano cerca riparo; Annalisa gira attorno alla Suzuki che si frappone tra lei e il portone di casa, fra lei e la salvezza. Dietro di lei ancora il crepitio delle pistole; i killer saltano giù dalle moto, inseguono il loro obiettivo, il giovane rampollo dei Giuliano, lo braccano. Fanno fuoco protetti dalla Suzuki perché dall’altro lato il giovane ha brandito la pistola che si porta sempre dietro, fa fuoco. Annalisa è proprio dietro a Giuliano; le amiche sono praticamente salve; per lei è questione di centimetri. Ma forse il giovane la trattiene, la usa come scudo umano, per salvarsi. Altro che uomo d’onore. Qualcuno dopo lo racconterà anche davanti alle telecamere: «Si è protetto con Annalisa che gli faceva scudo».
Annalisa è quasi nel palazzo, ma non ce la fa: un proiettile la colpisce alla nuca, cade, a terra. Giuliano continua a sparare, mentre guadagna terreno, riesce a mettersi in salvo. I killer vanno via, s’avvedono che hanno sbagliato e che il loro «uomo» è oramai lontano. Desistono, perché? Forse non hanno più cartucce. Sono tutte nella parete di fondo dell’androne del palazzo di Annalisa. Le trova la scientifica dopo poco, quando viene dato l’allarme, quando il tam-tam entra in azione.
Via Vicaria Vecchia si popola: tutti in strada, tutti per sapere. Annalisa è in ospedale, in coma irreversibile. Il dramma della famiglia Durante diventa il dramma di tutti, così come la rabbia. Una donna urla, si chiama Carmela De Rosa, sposata Giuliano, mamma di Salvatore. Pensa che sia stato ucciso il figlio. Resta di pietra quando le raccontano tutto. Ma sembra sia stata assalita da qualche parente di Annalisa, è ferita. Lei dirà al vicequestore Maurizio Agricola di essersi fatta male scivolando nella corsa, ma le ferite non sono quelle di una caduta. La rabbia resta, anche dopo la notte: ieri pomeriggio viene sfasciata a picconate una Atos. Ufficialmente è di una donna, ma in realtà è l’auto che usava il giovane. Dalla notte la mobile è al lavoro: il capo, Giuseppe Fiore, il responsabile della omicidi, la scientifica, coordinati dal pm antimafia Lucantonio. Cercano invano Salvatore Giuliano. Cercano anche uno dei killer: hanno un nome, molte prove e stavolta anche tante testimonianze.





IL RACCONTO DEI GENITORI E DELLE AMICHE




di DARIO DEL PORTO



Annalisa come ce ne sono tante, Annalisa che adora ballare, va a scuola e vuole diventare parrucchiera, ama il mare di Ischia, fa il filo a un coetaneo. Annalisa che le amiche chiamano, semplicemente, «la bellissima». Sarebbe meraviglioso, ora, vederla scendere di casa, con i capelli legati, camminare per via Vicaria Vecchia e ascoltare canzoni, ridere, scherzare, parlare del futuro davanti al portone di casa. Come sabato sera e mille altre volte in passato. Oggi però Annalisa non può stare im mezzo alle sue amiche, sul muro si vedono i segni della sparatoria, c’è spazio solo per il dolore, tra la gente che affolla l’androne del palazzo dove Giovanni, il papà, piange e stringe le mani di amici e conoscenti.
«Lo stato deve fare qualcosa per Napoli – dice – sono nato a Forcella e qui ho sempre lavorato. Ma in strada ci sono tanti bastardi, troppi. Ma noi che non abbiamo fatto mai niente di male, cosa abbiamo da spartire con gente così? Perché prendersela con mia figlia?». Un poliziotto in borghese lo abbraccia e si capisce che è sincero. «Ora però dovete prenderli», lo incalza Giovanni che per vivere fa il commerciante in un piccolo magazzino vicino a casa. L’investigatore annuisce, chiede collaborazione, la gente ascolta con gli occhi pieni di lacrime.
Con la testa fra le mani, Giovanni rivede l’immagine che gli ha cambiato la vita: «Annalisa era in un lago di sangue, mi sono messo a gridare. Avrei voluto farmi giustizia da solo, se mi fossi trovato davanti chi ha fatto questo avrei potuto fare una strage. Poi ho pensato che il quel momento l’unica cosa da fare era portare mia figlia, il mio angelo, in ospedale». Le amiche ci sono tutte, chiedono notizie e parlano di lei. Raccontano di una ragazza che va pazza per la musica: «Il suo cantante preferito è Natale Galletta ma ascolta anche Gianluca Capozzi. La musica da discoteca, poi, non te lo dico neanche quanto la fa impazzire. Le piace ballare, è bravissima». Quindi descrivono un’adolescente che frequenta la terza media e quando non deve studiare aiuta la madre in casa. «Il futuro? Sì, ne abbiamo parlato. Lei un sogno ce l’ha, vuole fare la parrucchiera».
L’estate scorsa era stata a Ischia. «Si era divertita un mondo, ne abbiamo parlato insieme un sacco di volte di quella vacanza. I ragazzi? Sì, uno che le piace c’è». Ma come si fa a parlare di amore dopo una notte così. Le amiche di Annalisa lo sanno e non dicono nulla di più. «Ma insomma, si è capito come sta, cosa è successo?», chiedono anche se tutti, ormai, conoscono la risposta. Una di loro scuote il capo e con uno sguardo che sembra guardare lontano sorride amara: «Vuoi sapere se voglio rimanere ancora in questa città? E me lo chiedi pure? Appena posso me ne vado via, il più lontano possibile».

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PARLANO I TESTIMONI OCULARI


«L’ha trascinata per i capelli»


di GIUSEPPE CRIMALDI




A Forcella, in un quartiere che da sempre si nutre di terrore e omertà, una donna trova il coraggio di pronunciare quel nome e cognome che nessuno vuol fare: Salvatore Giuliano. È la zia di Annalisa Durante; ma è soprattutto un testimone oculare fondamentale.
«Salvatore si è fatto scudo con mia nipote, l’ha presa alle spalle, afferrandola per i capelli perché sapeva già che c’era qualcuno che lo voleva eliminare dalla settimana prima». Parole di fuoco che suonano ora come un preciso atto di accusa. E che sgretolano quel muro impastato a silenzio e paura che, da sempre, tiene sotto scacco quel fortino di camorra.
Ha una voce forte, questa donna: decisa e lontana anni luce da tutti gli altri sussurri di via Vicaria vecchia, dove Annalisa è stata colpita. A confermare la sua versione c’è una seconda testimonianza: quella di un’altra parente della famiglia Durante. E le ricostruzioni coincidono in maniera inquietante.
Una voce che rimbomba come il principale atto d’accusa nei confronti di Giuliano. «Terribile, terribile – continua a ripetere con lo sguardo fisso nel vuoto – È successo tutto all’improvviso: quando sono arrivate le motociclette Salvatore ha subito capito… A quel punto ha afferrato la mia nipotina trascinandola a sé, mentre con l’altra mano estraeva la pistola, un’arma moto grossa che teneva nascosta sotto il giubbotto. Salvatore sapeva bene che volevano ammazzarlo: già la settimana scorsa era scampato ad un agguato…».
Una sequenza di morte. Immagini di una tragedia segnata dalle urla di chi, sabato sera, ha visto Annalisa crollare sotto il fuoco dei killer. In molti hanno visto. Pochi hanno avuto la forza di parlare. Ma a Forcella c’è anche chi alle parole ha preferito le vie di fatto. La voce dei vicoli – sempre attendibile in questi casi – riferisce di un’aggressione subìta poco tempo dopo che si è consumata la tragedia dalla madre di Salvatore Giuliano. La donna sarebbe stata colpita alla testa con un oggetto pesante, probabilmente di legno. Successivi accertamenti investigativi avrebbero confermato la circostanza, anche se la vittima sostiene di essersi procurata la ferita al capo cadendo.
Non è finita. C’è un altro episodio sul quale si soffermano gli investigatori. Ieri mattina qualcuno, armato di piccone, ha sfasciato la Hyundai di Salvatore Giuliano, una Atos blu. Chi, come e quando abbia agito resta ancora un mistero: e anche su questo indaga ora la Squadra mobile. Così, tra denunce e silenzi, tra aggressioni e violenza, tra indagini e misteri, ciascuno a modo suo chiede giustizia. Antonietta, una anziana che non ha smesso più di piangere da quando ha saputo che la bellissima se n’era andata in quel modo tragico, si affida a Dio. «Se è vero che esiste – dice – ora dovrà fare giustizia».






IL MINISTRO: SONO INORRIDITO




LUIGI ROANO





«Sono inorridito per ciò che è accaduto alla piccola Annalisa Durante». Sono le prime parole di uno sconcertato ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu che ha seguito l’evolversi della sparatoria sabato notte a Forcella, uno dei quartieri centrali e più degradati di Napoli, passo dopo passo. Tanto da annunciare in maniera ferma che «verranno messe a punto ulteriori iniziative volte sia all’arresto di tutti i responsabili sia al rafforzamento delle attività di prevenzione». La sensazione è che il «pugno di ferro», spesso annunciato, questa volta verrà usato per davvero. La prima mossa del Viminale è stata quella di spedire a Napoli il vicecapo della polizia e responsabile della Criminalpol Luigi De Sena. E quest’ultimo ieri sera era già in città e ha partecipato a un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Prima di varcare il palazzo della Prefettura ha indicato su cosa si sta lavorando: «Napoli il miglior riscatto lo deve ottenere da se stessa – spiega De Sena – Detto questo il punto è che non si tratta solamente di inviare più uomini e migliorare la tecnologia. C’è bisogno di più prossimità con il cittadino, una migliore collaborazione fra forze dell’ordine e napoletani». Poi l’annuncio a sorpresa: «A Forcella ci sarà un presidio fisso delle forze dell’ordine». E infatti da oggi il Comune comincerà a visionare alcuni locali della zona da mettere a disposizione. In questo quadro s’innesta la richiesta del sindaco, presente al comitato con l’assessore Luca Esposito: «Il rispetto per la magistratura è infinito – racconta la Iervolino – però qualcuno mi deve spiegare perché un Giuliano ha la possibilità di camminare indisturbato per le strade della città. Chi è compromesso con la camorra e chi è pericoloso sia portato via da quella zona e si cominci la bonifica». Per il sindaco «non è possibile mettere un poliziotto davanti a ogni ragazzo per 24 ore al giorno, ma è possibile portare via queste persone fuori da Forcella e fuori da Napoli. Non c’è bisogno di leggi speciali basta applicare quelle esistenti». E su questo punto De Sena conferma che qualcosa si muove: «Esiste anche questa soluzione, che verrà esaminata nelle sedi competenti. Sarà fatto già oggi. Il sindaco è stato estremamente disponibile – continua De Sena – per contribuire a rendere più funzionale il sistema di sicurezza».
L’orrore suscitato dlla vicenda di Annalisa non trattiene i politici dal ricamare polemiche. Attacca per primo il sottosegretario all’Ambiente, il forzista Antonio Martusciello: «Quanto accaduto rimette all’attenzione drammaticamente le condizioni di vivibilità di Napoli. Siamo di fronte ad un malessere sociale. Su questo la sinistra che ha amministrato per dieci anni la città, deve fare un esame di coscienza». Durissima la reazione della Iervolino: «La polemica politica non porta da nessuna parte e diventa soltanto sciacallaggio. Il governo ha tagliato alle Amministrazioni comunali di tutti colori politici decine e decine di miliardi e a Napoli questo fatto ha colpito le fasce più deboli. Piaccia o non piaccia al sottosegretario Martusciello, il Comune sta portando avanti la più grande e articolata lotta all’illegalità tra tutte le Amministrazioni locali».





LA SAGA DEI GIULIANO


di DARIO DEL PORTO




La vasca da bagno a forma di conchiglia e le foto con Maradona appartengono al passato. La Forcella dei Giuliano non esiste più e sarebbe un grave errore leggere la cronaca di queste ore con i codici di dieci anni fa. Il quartiere ha mutato pelle.
È cambiata la camorra, scompaginata da processi e pentimenti. Ma anche il tessuto sociale si sta modificando e con esso le attività criminali. Negli anni ’80 e fino alla prima metà del decennio successivo, dire Forcella, dal punto di vista malavitoso, significava automaticamente riferirsi alla famiglia Giuliano. Una cosca divisa tra molte anime e tanti fratelli, ma comunque egemone in un territorio dove i soldi si facevano soprattutto con il gioco clandestino e le estorsioni, oltre che con il traffico di droga.
Oggi le cose non stanno più così. Secondo gli investigatori il quartiere, e con esso l’area che comprende i Tribunali e la Maddalena, è controllato dai gruppi Misso e Mazzarella, che si spartiscono i traffici illeciti senza pestarsi troppo i piedi. I Giuliano hanno da tempo ceduto il passo. Il declino, anticipato dalla sempre più pervasiva forza militare del cartello di Secondigliano, è diventato irreversibile quando esponenti autorevoli della famiglia hanno cominciato a collaborare con la giustizia. Hanno iniziato nel 1999, Raffaele, Guglielmo e Carmine. I primi due sono tuttora pentiti, il terzo ha smesso di parlare dopo una rocambolesca fuga da una clinica di Cassino e ora è in carcere.
Tre anni più tardi a saltare il fosso è Luigi, soprannominato «Loigino» ma anche «’o rre» oppure «’o lione», per anni capo indiscusso non solo a Forcella. A dire il vero, di un possibile pentimento di Luigi Giuliano si era parlato già anni prima, quando i fratelli, con in testa Raffaele, avevano cominciato a pretendere spazio e autonomia sempre maggiori, imponendo la divisione del territorio in «Forcella di sotto» e «Forcella di sopra». È in questo periodo, e per la precisione nel dicembre ’96, che viene ucciso l’avvocato di Luigi Giuliano, Anyo Arcella. Il delitto, sul quale sta indagando il pool anticamorra, segna anche il definitivo esautoramento di «Loigino», all’epoca peraltro detenuto, dal controllo dell’organizzazione. Nel frattempo, una nuova generazione di giovani criminali, cresciuta all’ombra dei vecchi capi, si mostra disposta a uccidere senza troppi complimenti pur di scalare le gerarchie di camorra. Sono le avvisaglie di un ricambio per certi versi ancora in corso. Qualcuno, come Fabio Riso, genero di Celeste Giuliano, arrestato nel 2000 in Montenegro, entrerà a far parte della schiera di pentiti di Forcella prima ancora di «’o lione». Altri potrebbero essere ancora in piena attività.
Attualmente, Luigi, Guglielmo e Raffaele Giuliano sono collaboratori di giustizia. Carmine è detenuto. Salvatore detto «’o montone», Celeste e Giuseppe Avagliano, «’o magazzese», pur imputati processi tuttora in corso, sono a piede libero con l’obbligo di risiedere fuori città. A Forcella sono rimasti gli esponenti di altri rami della famiglia, alcuni dei quali appaiono completamente fuori dai giochi mentre altri starebbero cercando di riprendere, almeno in parte, le redini di affari ormai completamente nelle mani di gruppi più solidi, e per nulla disposti a cedere il comando. La vecchia Forcella non esiste più. Ma nelle strade si continua a morire.






IL MARITO DI SILVIA RUOTOLO


di LUISA RUSSO




Sono trascorsi sette anni da quando l’11 maggio 1997 Silvia Ruotolo fu uccisa per errore mentre rientrava a casa, all’Arenella, tenendo per mano il figlioletto di 4 anni, Francesco. L’altra figlia, Alessandra, ne aveva 10. Il marito Lorenzo Clemente, ingegnere, è molto turbato anche dal modo in cui ha appreso dell’ennesimo massacro di un innocente.
Come ha saputo della tragedia?
«Quando mi sono svegliato è stata mia figlia, Alessandra, a dirmi: una ragazza di 14 anni è stata uccisa come mamma». E lei ne ha 17.
Sembra che stavolta il pregiudicato si sia addirittura fatto scudo della ragazza. Un’ulteriore escalation di barbarie?
«Clichè che si ripetono, se si ricorda bene la dinamica dell’agguato che coinvolse mia moglie. Anche Silvia fu uccisa sotto casa e anche allora i killer non esitarono a sparare pur trovandosi una donna con un bambino in mezzo alla traiettoria. Anche allora quei pregiudicati erano tutti usciti da due o tre mesi, s’era a conoscenza delle lotte in corso tra clan, al Vomero c’era già stato un susseguirsi di agguati…».
Troppi delinquenti arrestati e poi subito liberi.
«Certo, c’è un sistema giudiziario che in parte non condivido, ma è questione di garantismo. In effetti certe persone sono come mine vaganti, prima o poi bisognerebbe porsi il problema».
Gli assassini di Silvia sono stati condannati. Ritiene di avere avuto giustizia?
«Sì, la giustizia umana ha fatto il suo corso, ma poi tra le famiglie delle vittime della camorra ciascuno vive la sua drammatica realtà. Pensi a un genitore che aveva investito tutta la vita sui propri figli e all’improvviso li ha perduti. È uno dei motivi che mi portano vicino alle altre famiglie: c’è l’associazione. Un approccio solidale per far sentire ai delinquenti che siamo più forti di loro».
Sta per nascere la Fondazione Silvia Ruotolo.
«Sì, con i fondi erogati ai familiari delle vittime. Ci muoveremo proprio nelle realtà che più portano a delinquere. Che altro si può fare? Invito le istituzioni a stare vicino ai familiari, spesso soggetti a minacce, per evitare che si sentano abbandonati, per aiutarli ad andare avanti… anche se, quando uno si sveglia, ritorna sempre la stessa domanda: perchè?».





Da Nunzio a Gigi e Paolo: uccisi per errore



Annalisa è soltanto l’ultima vittima «per errore» in 14 anni di guerra tra bande che non hanno esitato a sparare neanche di fronte ai bambini, a partire da Nunzio Pandolfi, il piccolo di 2 anni assassinato mentr’era tra le braccia del padre il 19 maggio ’90 in un basso al rione Sanità; continuando con Fabio De Pandi, 11 anni, ucciso il 21 luglio ’92 mentre usciva coi genitori da un palazzo a rione Traiano; Luigi Cangiano, 10 anni, 15 luglio ’97, rione Siberia; Gigi Sequino e Paolo Castaldi, i due ventenni scambiati per guardaspalle di un boss il 10 agosto 2000 a Pianura.





IL COMMENTO


Alzare la guardia




di Roberto Ciuni





«Sono inorridito», ha detto il ministro dell’Interno Pisanu nell’apprendere come è stata colpita a morte, l’altra notte, una ragazza di quattordici anni a Forcella. E possiamo far tutti nostro l’orrore di un uomo avvezzo, per motivi d’ufficio, a udire notizie atroci, siano sciagure o episodi disumani di cronaca. Ma c’è da chiedersi cosa è diventata una città dove le sparatorie mortali si susseguono senza che sia possibile neutralizzare i delinquenti che vi scorrazzano pistola in mano giorno e notte. Perché avviene che uno dei nomi di camorra più famosi se ne vada a passeggio anziché risiedere in galera?
L’esperienza e i risultati dell’azione anti-criminale condotta nella Sicilia dei «gangster» durante il ventennio Sessanta-Ottanta certifica che la bonifica del territorio dalla delinquenza organizzata ha le sue carte vincenti nella legislazione restrittiva. Politica che i garantisti contestano ma che finora nessuno ha saputo indicare come sostituire. In attesa di una modifica, egualmente efficace, più rispettosa di certi diritti, quella del durissimo rigore è l’unica politica fruttifera. Fruttifera perché: primo, toglie dalla circolazione i delinquenti peggiori, più pericolosi e sanguinari; secondo, scoraggia le «giovani leve» dallo scendere in campo.
La divaricazione tra normativa cosiddetta «anti-mafia» e normativa corrente, la prima rigida, la seconda intrisa di tutto il piagnucoloso buonismo di cui sono capaci i nostri legislatori, ha fatto sì che alcuni istituti procedurali siano applicabili in una fattispecie giuridica e non in altre.






Quel sorriso di bambina



di GIUSEPPE MONTESANO




La prima cosa che penso fissando la foto di Annalisa che sorride felice è questa: ma è solo una bambina. Ride come ride mia figlia quando pensa a tutta la vita che la aspetta con le sue sorprese; ride come si ride spensierati alla sua età; ride come tutti i figli di questo mondo, Annalisa, come tutti quelli che hanno una manciata d’anni e una montagna di sogni. E forse stava sorridendo perché andava a una festa desiderata a lungo, o perché un ragazzino che prima la ignorava da qualche giorno la guardava a bocca aperta come perduto in un sogno, o semplicemente perché era felice di esistere sulla faccia della terra e di sentire il suo sangue giovane che le cantava dentro. Ma stasera, anche se sono uno scrittore, non riesco a immaginare che cosa possano sentire i suoi genitori, perché appena ci provo sono sommerso da una nausea e un’amarezza troppo grandi.





IL MATTINO 29 MARZO 2004

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