MELITO.I carabinieri hanno arrestato uno dei capi del “gruppo di fuoco” del clan Di Lauro, responsabile della guerra di Camorra degli ultimi mesi a Napoli.
Il pregiudicato Giovanni Cortese, di 24 anni, ritenuto il luogotenente di Cosimo Di Lauro e personaggio di spicco dell’associazione camorristica di Secondigliano, è stato arrestato dai Carabinieri del comando provinciale di Napoli con quelli del Ros.
Cosimo di Lauro è uno dei capi del clan, figlio di Paolo Di Lauro, a sua volta capo dell’organizzazione criminale di Secondigliano.
Cortese è ritenuto anche componente del gruppo di fuoco del clan.
L’uomo era ricercato dalla notte del 7 dicembre scorso, quando era riuscito a sfuggire all’arresto, durante il blitz che portò in carcere, con le accuse di associazione camorristica ed omicidi, 52 affiliati al clan Di Lauro e a quello contrapposto degli scissionisti, protagonisti della sanguinosa faida del quartiere Scampia per il controllo dello spaccio di droga nella zona di Secondigliano.
«Un uomo spietato chiamato ’o cavallaro»
I primi passi nel mondo del crimine cominciò a muoverli presto, quando non aveva ancora 18 anni: la sua specialità erano i furti seguiti dal classico sistema del «cavallo di ritorno» (la restituzione delle auto rubate ai proprietari dietro il pagamento di somme di denaro). Uno specialista. Per questo a Secondigliano Giovanni Cortese lo conoscevano tutti come «Giovanni o’ cavallaro». In quella palestra criminale che è l’area a nord di Napoli gli occhi del clan Di Lauro non potevano non posarsi su questo personaggio che – come emerge dalle indagini – sarebbe piaciuto molto soprattutto al figlio del boss Paolo Di Lauro: e proprio Cosimo Di Lauro – promotore del «ringiovanimento» della cosca consistito in un’apertura agli under 30 e nella messa in disparte dei vecchi gregari – lo avrebbe prescelto come braccio destro e uomo di fiducia nella fase in cui è esplosa la faida con gli «scissionisti». Ascesa e culmine di una carriera criminale. Oggi, questo giovane che non ha ancora compiuto 25 anni – un «duro», come lo descrivono gli investigatori – è uno dei principali custodi dei segreti del clan Di Lauro. Ne ha fatta di strada da quando si accontentava dei cavalli di ritorno. Di lui parla a lungo uno degli ultimi ex affiliati che si sono pentiti, Pietro Esposito. «L’ordine di uccidere Gelsomina Verde – sostiene il collaboratore di giustizia – giunse attraverso “Giovanni ’o cavallaro”, che è oggi il portavoce della famiglia Di Lauro». Le conferme sul suo ruolo al vertice del clan di «Ciruzzo ’o milionario» giungono anche da alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. Durante un colloquio registrato dai carabinieri un affiliato, nel commentare con un interlocutore i titoli dei giornali all’indomani della morte di Gelsomina Verde, dichiara tra l’ironico e il sorpreso: «Hai visto? Giovanni ha fatto carriera…». Con l’esplosione del conflitto interno che oppone i Di Lauro agli «scissionisti» Giovani «il cavallaro» capisce che Secondigliano, Scampia e Comuni limitrofi si stanno trasformando in una polveriera; sa bene di essere nel mirino degli «scissionisti» che lo vogliono morto e teme anche eventuali ritorsioni nei confronti della convivente. Ma è in coincidenza del blitz che il 7 dicembre scorso mette a ferro e fuoco i fortini di boss e gregari che Cortese prende la decisione di sparire dalla circolazione. Sfugge per un soffio alla morsa che cinge d’assedio Scampia: il suo nome compare al numero dieci nel maxi-decreto di fermo firmato dai pm Corona, Frunzio, Di Monte e del Gaudio. Per una settimana pare si muova cambiando ogni notte rifugio. E solo a metà dicembre punta verso il Salernitano, piantando base in un tranquillo paesino non lontano da Angri. Gli inquirenti hanno pochi dubbi sul fatto che – nelle nuove gerarchie che ridisegnano i vertici del clan Di Lauro – Giovani Cortese svolga ormai un ruolo primario, a dispetto della giovane età. Ha tutti i requisiti che piacciono a Cosimo Di Lauro, il vero attuale reggente della famiglia insidiata dagli «scissionisti»: è scaltro, spietato, ma soprattutto offre la massima garanzia di fedeltà: particolare non secondario, nel momento in cui anche una cosca finora apparsa impermeabile al fenomeno dei «pentiti» comincia a contare i suoi primi collaboratori di giustizia. Anche per questo – sostiene l’accusa – Cosimo gli attribuisce un ruolo nell’uccisione di Enrico Mazzarella, assassinato nel suo ristorante di Bacoli per via dei rapporti che intratteneva con il gruppo scissionista. Cortese deve ora rispondere anche dell’accusa di omicidio. Entro domani la sua posizione sarà sul tavolo del giudice per le indagini preliminari, che lo interrogherà e poi deciderà sulla convalida dell’arresto.
giu.cri. IL MATTINO 6 GENNAIO 2005

