Gli atti dell’ordinanza di custodia cautelare, che ha portato allo smantellamento della storica piazza di droga di 111 nel rione Berlingieri e all’arresto di 11 persone nell’orbita del clan Licciardi di Secondigliano, sono ricche di dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
Tra questi Massimo Molino, un tempo affiliato ai Di Lauro, che è tornato anche sul duplice omicidio Gagliardi-Riccio, avvenuto nella tabaccheria di quest’ultimo a Melito nel 2004 nel bel mezzo della prima faida di Scampia. I killer fecero fuoco sul reale bersaglio, Domenico Riccio, ed anche su Salvatore Gagliardi, colpevole di essersi trovato in compagnia del suo parente al momento sbagliato. Per questa vicenda, Molino – che aveva avuto, nello specifico, un ruolo di supporto logistico ai killer – è stato condannato in via definitiva nel 2023. Le sue dichiarazioni risultarono però fondasmentali per la ricostruzione delle responsabilità dei coimputati, tra i quali Ciro Di Lauro, terzogenito di Ciruzzo o’ Milionario, Salvatore Petriccione, all’epoca dilauriano e poi “fondatore” del clan della Vanella Grassi, Giovanni Cortese, detto ‘o Cavallaro, esponente storico dei Di Lauro, e Ciro Barretta.
Ad aiutare gli inquirenti nella ricostruzione di quel duplice omicidio anche Salvatore Tamburrino, un tempo fedelissimo di Marco Di Lauro. Il collaboratore di giustizia raccontò che Petriccione si presentò nell’abitazione dove lui era insieme a Marco e a Cosimo Di Lauro e disse di aver “risolto”, riferendosi all’omicidio di Riccio. “Cosimo non si lamentò affatto della circostanza che fosse stata uccisa in quell’evento una seconda persona – ha messo a verbale Tamburrino – perché era il periodo in cui più persone si uccidevano più Cosimo era contento”.

