Paura in carcere per ‘Faccia d’Angelo’, malore per l’ex boss prima dell’udienza

Paura in carcere per 'Faccia d'Angelo', malore per l'ex boss prima dell'udienza [Immagine di repertorio]
Paura in carcere per 'Faccia d'Angelo', malore per l'ex boss prima dell'udienza [Immagine di repertorio]

Felice Maniero ha accusato un malore questa mattina in carcere a Pescara poco prima dell’inizio dell’udienza davanti alla Corte d’appello di Brescia, in cui il suo avvocato discute il ricorso contro la sentenza di condanna a quattro anni pronunciata in primo grado per maltrattamenti sulla ex compagna. Le condizioni dell’ex boss del Brenta sono state ritenute comunque buone e compatibili con la sua presenza, seppure in remoto, al processo. Udienza è stata aggiornata alle 15.

Chi è Felice Maniero [da Wikipedia]

Felice Maniero è un criminale italiano, che fu a capo della cosiddetta Mala del Brenta. Soprannominato faccia d’angelo, ha commesso rapine, assalti a portavalori, colpi in banche e in uffici postali. È accusato di omicidi, traffico di armi, droga e associazione mafiosa. La sua carriera criminale cominciò dall’adolescenza quando aiutava uno zio nei furti di bestiame; successivamente si dedicò alle rapine, soprattutto nel campo dell’oreficeria. Essendo Maniero e i suoi complici nati a Campolongo Maggiore, un paese lungo il fiume Brenta, la stampa cominciò a parlare di Mala del Brenta.

Formò un piccolo gruppo criminale, dedito alle rapine. Maniero entrò quindi in contatto con le mafie meridionali, delle quali diventò interlocutore e rivale. Garantiva armi e droga alla piccola criminalità di Venezia e di Mestre. Che nel caso della cosiddetta “Mala del Brenta” si possa parlare di una vera e propria organizzazione mafiosa si può dedurre anche dal fatto che a Venezia venne imposta ai cambisti del casinò una tangente di 1.500.000 lire al giorno.

Arresti ed evasioni

Arrestato per la prima volta nel 1980, è successivamente evaso due volte. Prima nel 1987 fugge dal carcere di Fossombrone, facendo poi rubare il 10 ottobre 1991 ai suoi uomini il mento di Sant’Antonio da Padova per ricattare lo Stato e chiedere la libertà del cugino, senza esito; nell’agosto 1993 lo arrestano sul suo yacht al largo di Capri ed è rinchiuso nel carcere di Vicenza, dove tenta l’evasione corrompendo, con la promessa di 80 milioni ciascuno, due guardie penitenziarie che però si ravvedono ed avvertono la direzione del carcere; si decide il trasferimento al carcere di Padova dove però, il 14 giugno 1994, è protagonista di un’altra evasione assieme ad altri complici (anche in questo caso con la corruzione, questa volta riuscita, di una guardia penitenziaria).

La lunga latitanza di Maniero è dovuta in gran parte a un sistema corruttivo che la banda esercitava a vari livelli nei confronti dello Stato. Catturato a Torino nel novembre successivo, riceve una condanna a 33 anni di reclusione, poi ridotti a venti anni e quattro mesi (pena definitiva). È difeso dall’avvocato veneziano Vittorio Usigli.

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